“Més que un Club”? I “fattori-H” del tifo sportivo

pubblicato da: Andrea Bonetti - 4 gennaio, 2014 @ 1:14 pm

fattore h tifo sportivoCi sono pochi aspetti che riescono a ritagliarsi l’importanza che ha il tifo sportivo, il più delle volte calcistico, nella vita di molte persone. In molti casi, esso dipende da un’appartenenza al club che rappresenta la propria città natale o almeno metà di essa nel caso dei famosi derby fra Milan e Inter, Roma e Lazio, Torino e Juventus solo per citare alcuni esempi.

In altri casi, invece, il tifo viene ereditato dai familiari o sviluppato in contrasto con essi o semplicemente “scelto”, se così si può dire, sulla base di fattori esterni o della semplice simpatia.

Comunque si sviluppi, il tifo ha un forte impatto sull’identità di ogni persona; una vittoria o una sconfitta della propria squadra può far cambiare l’umore, una maglietta indossata in una partita fra amici far volare la fantasia, una sciarpa intorno al collo conferire una sicurezza spavalda nell’esibire il proprio tifo, a maggior ragione magari in un momento di difficoltà. Sono tutti gesti rilevanti e nient’affatto da esorcizzare o minimizzare.

Per anni, e non solo in Italia, gli stadi hanno rappresentato dei veri e propri luoghi di aggregazione dove condividere con altre migliaia di persone un credo comune. Famose, in Inghilterra, le dispute nate all’interno di Londra sulla collocazione di stadi che “sconfinavano” nel quartiere di una squadra adiacente dando adito ad aspre rivalità sportive. Il calcio è, per certi versi, uno degli specchi più fedeli del tessuto storico, economico e sociale di una città o di una nazione.

Un esempio lampante ne è Londra, una città senza un vero e proprio centro, che è forse l’unica grande capitale a non avere una squadra di calcio chiamata “London FC” o simili ma viene rappresentata da club che si rifanno a quartieri come Chelsea, Fulham, Arsenal, Tottenham, West Ham e via dicendo.

Negli ultimi anni, in particolar modo, questo aspetto di forte appartenenza è stato ulteriormente sviluppato e accentuato, arrivando addirittura a rappresentare uno strumento di marketing sportivo potentissimo. Il Barcelona, che fa dei talenti della sua “cantera” un tratto distintivo, si identifica con l’appartenenza alla città e alla Catalogna tanto da utilizzare il giallo e il rosso come colori della seconda maglia con un chiaro riferimento alla bandiera catalana. Nel colletto della prima maglia, però, è ricamato lo slogan “Més que un Club” (Più di un club) che ulteriormente sottolinea il forte fattore di appartenenza dei propri tifosi alla squadra, alla città e alla regione catalana.

In un’interessante intervista (qui il testo completo), il responsabile marketing del Barcelona Laurent Collette chiarisce che la squadra “non è solo una squadra di calcioma rappresenta l’anima di molti milioni di persone. Per loro la loro squadra di calcio è in realtà una parte della loro identità e un modo attraverso il quale esprimere tale identità.”

I campioni d’Europa del Bayern, parallelamente, riportano sulla propria maglia lo slogan “Mia San Mia” (un detto bavarese che sta per “noi siamo noi”) e punta a fare leva sull’appartenenza dei propri tifosi allo stesso identico modo di come fa il Barcelona.

Personalmente, mi sono innamorato del Torino dopo aver visto una fiction sulla storia del “Grande Torino“, la squadra leggendaria che venne distrutta nel 1949 dalla tragedia aerea di Superga. Questa storia ha avuto un impatto in me talmente forte che il Toro, da piccola squadra delle tante del campionato come la ritenevo, ha letteralmente conquistato il mio tifo. La prima volta che sono andato a Torino, prima del centro sono andato a vedermi i resti del mitico stadio Filadelfia, ormai ridotto in macerie, provando ad immaginare Valentino Mazzola percorrere quei corridoi con la fascia sul braccio e il numero 10 sulle sue spalle. Un’esperienza che, a livello emotivo, ricordo ancora con grande intensità.

Concludo con uno spunto dall’attualità. In questi giorni, il campione tedesco di Formula 1 Michael Schumacher sta lottando fra la vita e la morte. I tifosi, ferraristi e non, stanno manifestando la loro vicinanza con messaggi, bandiere fuori dall’ospedale, immagini pubblicate sui social network e ricordi della sua carriera. Quando il pilota tedesco era in attività, in molti riscontravano il poco appeal che esercitava sui tifosi a causa del suo carattere da perfezionista poco incline alla socialità. Ora, di fronte ad un incidente drammatico, sembra che emerga un lato umano che colpisce tutti coloro i quali hanno assistito alle sue gesta.

Il fattore-H è anche questo. Perché sono le emozioni, prima ancora delle vittorie, che trasformano le nostre squadra preferite in “più che un club”, i nostri campioni in più che semplici sportivi. Vinciamo e perdiamo con loro, condividiamo stadi interi con migliaia di persone come se, però, quella squadra rappresentasse innanzitutto noi; le nostre speranze, la nostra voglia di lottare, il sogno di vincere. E’ un rapporto unico, che si sviluppa con ogni singolo tifoso molto prima che “potenziale cliente” o semplice fan; e, se proprio dobbiamo scegliere il colore della sciarpa da indossare, una che porta i colori della nostra squadra parte di certo avvantaggiata.

Che ne pensate? Avete mai provato emozioni tanto forti da stuzzicare il vostro immaginario riconoscendovi in squadra, sportivi o imprese vere e proprie?


2 commenti
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  1. A me emozionano tutte quelle imprese dove l’uomo, sulla carta, parte sfavorito ma riesce comunque a prevalere sulle difficoltà.
    Non essendo un grande di tifoso calcistico sono più legato alle emozioni che mi danno le imprese dei singoli e le lezioni che se possono trarre a darmi un senso di profonda collegamento con il personaggio.

    Ottima osservazione Andrea, mi hai dato un spunto interessante per una cosa che devo sviluppare nel mio 2014!

  2. Grazie per il commento Max!

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