#coglioneNO
Apologia dei creativi o del cugino che fa il sito?

pubblicato da: Andrea Bonetti - 22 gennaio, 2014 @ 12:35 am

Negli ultimi giorni ha attirato molta attenzione una campagna intitolata #coglioneNO promossa dal collettivo dei creativi ZERO (http://zerovideo.net) attraverso un video su YouTube che potete vedere di seguito.

Come si evince facilmente, scopo di questa campagna è richiamare l’attenzione sul fatto che molte figure, professionali e non, erogano servizi cosiddetti “creativi” senza ricevere in cambio un’adeguata retribuzione. In molti casi, i committenti si limitano a sottolineare che la realizzazione di un sito internet, la pubblicazione di un articolo, un servizio fotografico e via dicendo, possono essere ripagati con la visibilità o lo spazio dato all’autore per promuovere se stesso attraverso il prodotto stesso.

Di fronte a un plauso più o meno generale per la campagna, si sono levate anche delle voci discordanti che è interessante riportare. Mattia Salvia, sul suo blog, ha pubblicato una Lettera aperta a chi svolge lavori creativi  e  si sente sfruttato (qui il testo completo) nella quale riscontra, non senza ironia, che in molti i casi fra il definirsi un creativo e svolgere una professione in quella che gli inglesi chiamano creative industry, con tutte le implicazioni del caso, il passo è tutt’altro che breve. Salvia scrive:

“Se davvero pensi di meritarti di fare un lavoro creativo devi imparare che è un ambiente dove le cose che fai contano di più delle cose che sai fare. A nessuno interessa quante gradazioni Pantone sai enumerare, quello che conta è la tua inventiva, la tua abilità di adattarti all’ambiente in cui ti trovi ad operare e la tua capacità di vendere te stesso.

Ti dirò di più: la tua laurea non conta un cazzo. Non attesta la tua capacità di fare effettivamente qualcosa, ma soltanto il fatto che quello che sai fare non l’hai imparato da solo ma te l’hanno insegnato facendosi pagare profumatamente per farlo. Può darsi che tu lo sappia fare meglio di qualcun altro che l’ha imparato per conto suo, ma non è necessariamente così. Per questo, se un cliente preferisce far disegnare il logo della sua azienda a suo cugggino che fa l’elettricista ma ha velleità pittoriche piuttosto che pagare uno sconosciuto che ha studiato per farlo, le tue recriminazioni, caro amico “creativo”, non possono basarsi sull’argomento che tu “hai una laurea”.

Un altro punto di vista interessante è quello di David Mazzerelli il quale ha scritto un post dal titolo Apologia del cugino che fa il sito (qui il testo completo) nel quale sostiene che molto spesso i sedicenti creativi tentano di rivendicare uno spazio professionale pensato sul modello di figure che non sono richieste dal mercato:

Non si può imporre al mercato figure professionali non richieste dal mercato. Capire il proprio contesto significa anche non lottare contro i mulini a vento. Non si può costringere le aziende a rivolgersi agli operatori più cari perché più bravi. Dovremmo fare una commissione speciale per determinarne la bravura? Non possiamo nemmeno costringere chi vuole essere sottopagato (o non pagato) a rifiutare i lavori: si chiama coercizione.

Il punto interessante, in questo caso, è l’analisi di come chi di per sé non vende il proprio servizio in maniera professionale, ma del tutto spontaneistica o dilettantistica, risulta essere il primo artefice del fenomeno che ora si trova a contestare. Non è infatti pensabile che chi offre un servizio senza costi certi e modalità professionali possa poi lamentarsi se da professionista non viene trattato. Oltretutto, un’inflazione di questo approccio non fa altro che contribuire a svalutare il mercato stesso, facendo più danni a chi lo approccia con prezzi concorrenziali ma senza professionalità (come si nota) piuttosto che chi lo popola per mestiere.

In conclusione, c’è un concetto che mi preme sottolineare: lamentarsi, in ogni caso, serve a poco. Chi fa un lavoro creativo, o chi creativo si definisce, dovrebbe essere il primo a saperlo. Risulta difficile pensare che un percorso di studi in materie umanistiche o arti grafiche e via dicendo sia la garanzia di un’occupazione; al contrario, esso rappresenta un’opportunità certamente, ma che richiede la capacità di saper poi monetizzare le proprie competenze e capacità sul mercato.

Per questo, più di tante campagne (apprezzabili se contribuiscono a far discutere), sarebbe necessario uno sforzo da parte del mondo dell’istruzione per incentivare gli studenti a ragionare sul fatto che le competenze, senza la capacità di svilupparle e adattarle al mercato, non sono sufficienti per realizzare il potenziale di una persona. Un po’ come quella pubblicità di una nota marca di pneumatici che recita: “la potenza è nulla senza il controllo”. Uno slogan efficace e sicuramente da tenere a mente; certi che, chi lo ha ideato, non lo ha di certo regalato in cambio di visibilità o di una pacca sulle spalle. Parafrasando Steve Jobs: stay hungry, stay foolish; above all, stay professional!


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