I TEMI DELLA FILOSOFIA POLITICA

pubblicato da: Giorgio Ragucci Brugger - 23 luglio, 2014 @ 9:51 am

Regole di vita del cittadino

Da quando è sorto il primo clan, o gruppo sociale, si è subito capito che

la sua sopravvivenza dipendeva dal porre e rispettare una serie di regole comuni. Escluso che l’individuo possa vivere da solo, il gruppo esige ordine e disciplina secondo formule che variano conforme l’ambiente, la cultura, i progetti che il gruppo intende realizzare. Il primo problema da affrontare è considerare la persona non più fine a se stessa, per sua natura egoista, cercare in questo senso di indirizzare i suoi desideri a fini che trascendono il proprio tornaconto personale. Questo è il problema fondamentale della filosofia politica applicabile a qualsiasi società ed in qualsiasi momento storico. In altre parole è necessario costruire un giusto equilibrio tra persona e cittadino, formulare il sistema migliore di convivenza civile nel contesto della cultura, del diritto, dell’economia:

a) libertà individuale
b) necessità dell’ordine politico

Leviatano

 

Il binomio va interpretato in questi termini, da una parte è assicurata la garanzia dei diritti civili alla base della libertà individuale, dall’altra, la legge applica il sistema coercitivo nell’osservanza di obblighi e di doveri.
Gli imperativi derivano la propria validità da se stessi, non perché siano buoni, giusti, o saggi, ma semplicemente perché sono imperativi imposti da un ordine superiore in termini di assoluta trascendenza, ovvero dall’autorità suprema dello stato e delle sue istituzioni. Soltanto in questa logica si può comprendere il percorso dello stato moderno nelle molteplici vicende storiche attraverso le quali si è attuato, i conflitti, le guerre, gli accordi di pace, le lotte di emancipazione, le rivendicazioni sociali, le rivoluzioni, le prime costituzioni. Il disordine che avvolgeva l’Europa a seguito delle guerre religiose, l’incapacità di offrire soluzioni efficaci da parte dell’Impero ed il Papato, il sorgere prepotente degli stati nazionali, testimoniavano il tramonto di un ordine politico che resisteva da secoli. Lo stato moderno nasceva come organismo artificiale creato dagli uomini allo scopo di sopravvivenza, non per realizzare necessariamente la giustizia, ma per evitare disordine ed anarchia e nello stesso tempo assicurare agli stessi la libertà. Lo stato democratico è risultato finora la forma di governo più idonea a realizzare la dignità della persona ed amministrare l’interesse pubblico, malgrado non sia la forma perfetta, ma la migliore rispetto a tutte le altre.
L’ordinamento giuridico impone al cittadino il rispetto delle proprie norme, in mancanza del quale il sistema impone la forza, l’applicazione di pene e di sanzioni varie. Lo scopo è quello di creare una società civile il più possibilmente armonica e solidale. D’altra parte, la storia insegna che le istituzioni sono incapaci di mutare la natura umana. Chi ha cercato di farlo, è miseramente fallito, ne sono esempi eclatanti le esperienze del Savonarola e di Robespierre, tanto per citare due esempi. Lo stato impone la sua giusta autorità, quando riesce a provare ai cittadini che le proprie leggi sono utili ed efficaci. Faccio due esempi. Nessuno può sostenere che prima del 1789 lo stato francese e prima del 1917 lo stato russo disponessero di un corpo di leggi che realizzavano il benessere della generalità dei sudditi. Francesi e Russi erano convinti che il sistema sotto il quale vivevano non assicuravano esaurienti diritti per tutti.
Altro tema importante sono i concetti di Etica e Politica. I due termini non devono essere confusi. Machiavelli a Croce hanno distinto la loro sfera d’influenza nella netta separazione che li caratterizza. La storia ne è triste, tragica testimonianza. Ciò che è morale non lo è per la politica in osservanza al principio della cosiddetta Ragion di stato secondo la quale si definiscono gli obiettivi politici dei vari stati in vista di accordi, di alleanze spesso in contrapposizione al normale codice morale.
La guerra è sommamente immorale, la manifestazione peggiore dell’essere razionale, eppure, si è rivelata nella storia una micidiale costante fino a costituire una regola accettata dai vari governi. Il principio morale che sta scritto nelle costituzioni occidentali e che non mai stato applicato nella sua integralità è il principio della Sovranità popolare, l’elemento più qualificante perché la democrazia assuma il significato nobile che le compete.

L’effetto immediato del concetto di autorità è il Potere punto fermo della scienza politica. Potere è capacità relazionale che permette ad un attore sociale d’influenzare altri attori sociali, favorendo volontà e valori dell’attore che esercita il potere. Non si tratta solo di potere dispotico in deroga alla legge, quando il comando è insito in qualsiasi situazione di relazioni che mutano, si trasformano, si trasferiscono in altri attori, quando, persino in uno stato di diritto il potere può esercitare violenza, un’azione di forza legittimata dalla legge. L’attore si riferisce ad una varietà di soggetti che sono individuali o collettivi nell’ambito di relazioni, dove il grado d’influenza può variare conforme la situazione. Risultato dell’azione è la resistenza dell’attore sul quale si fa pressione. Quando questa è molto forte le relazioni si modificano, si trasformano, si trasferiscono ad altri poteri. La misura della resistenza è direttamente proporzionale al grado di influenza in atto, in questo caso si può parlare di violenza praticata sul soggetto. I conflitti non cessano mai, si sospendono grazie ad accordi temporanei pattuiti tra le parti. Nell’epoca globale le relazioni di potere sono formazioni spazio – temporali, collocate a livello locale e sovranazionale che trascendono, comunque, la nazione. Questo non vuol dire che lo stato nazione scompare, ma che l’ambito nazionale è una delle dimensioni in cui opera il potere.
Distinzione tra Paese legale e Paese reale. Il rapporto è dinamico e costruttivo quando tra i sue termini s’instaura un equilibrio stabile. Se le forze sociali sono forti e le istituzioni deboli, lo squilibrio crea problemi di relazione e di comunicazione, in casi estremi addirittura di crisi istituzionale.
Due esempi storici ci vengono offerti dalla fine dell’ancient regime in Francia prima della rivoluzione e dalla Repubblica di Weimar in Germania. In questi due casi la situazione di stallo tra le due realtà era evidente e drammatico, in altre parole, lo sviluppo dello stato era arretrato rispetto ai problemi ed alle esigenze della società. Il criterio di adattabilità delle istituzioni rispetto al paese reale è sinonimo di civiltà e di spirito democratico, comprende capacità d’intervento, disponibilità riformista, l’intelligenza di comprendere a fondo le esigenze sociali del momento.
Nell’attuale momento storico del nostro paese tra società civile ed istituzioni si è attuato un vero e proprio abisso, una distanza che dovrebbe essere superata con le riforme. Il fenomeno è evidente nella scarsa partecipazione alle consultazioni elettorali, nel proporre valide candidature, nel vociferare programmi vincenti che restano sulla carta enunciazioni di pura propaganda elettorale. La crisi del sistema è il declino del concetto di comunità, della trasformazioni di valori non più patrimonio della cultura di un popolo, ma sovrapposizioni della tecnologia, di un sistema di politica sovranazionale che nella economia, ma soprattutto nella finanza i principali centri di potere.

In questo senso, la concezione rappresentativa dello stato è la soluzione migliore malgrado inevitabili imperfezioni e difetti, la democraziituzia consente al cittadino di eleggere i propri rappresentanti in vista della realizzazione dei propri interessi pubblici. Nel corso del secolo scorso si è verificata una distanza tra paese legale e paese reale che si è rivelata causa di notevoli problemi. Le istituzioni si sono chiuse in altrettante oligarchie, incapaci di avviare quelle riforme necessarie alla società per crescere in termini di progresso e di valori condivisi.

Comunità e Società.

La prima si pone come organismo vivente, duraturo, dove gli uomini si sentono vincolati nonostante le separazioni e dove è garantito il riconoscimento, al contrario, la seconda si pone come aggregato meccanico, artificiale che garantisce una convivenza provvisoria ed apparente e dove i soggetti sono separati, nonostante tutti i vincoli.
Nelle società semplici la comunità può esistere senza istituzioni politiche altamente differenziate, in una società complessa la comunità è prodotta dall’azione politica e conservata da istituzioni politiche. Una comunità perfetta in cui la politica non risulta determinante, è sempre stato il sogno dei filosofi utopisti.
In realtà, questa nozione potrebbe essere valida all’interno di un villaggio, di una comunità di piccole dimensioni ed era il sogno di Rousseau. In ogni modo, sia nell’una che nell’altra forma le forze sociali forti di fronte alle istituzioni deboli causano il cambiamento, di solito, a favore della società civile, al contrario, è facile che dal contrasto nascano regimi totalitari, dispotismo oppure, l’oligarchia.
La distinzione tra comunità e società permette inoltre di individuare un passaggio storico tra i due termini determinato dalla crisi dello stato – nazione e dagli effetti sempre più pressanti della nuova economia e della società dei consumi.

Microcosmo e macrocosmo

Interessante osservare che la filosofia politica si comporta come qualsiasi altra scienza. Parte dallo studio del fenomeno nel suo primo manifestarsi e lo segue nel corso della sua evoluzione, parte, cioè, dall’individuo per passare alla società e quindi allo stato. Dapprima, si studia l’uomo alla luce della sua piccola dimensione, del suo microcosmo, individuando i meccanismi psichici che lo costituiscono e perdurano nel tempo per diventare alla fine una costante. In questo modo certe ipotesi si possono convertire in leggi, quale, ad esempio, il fondamentale egoismo dell’uomo, elemento costitutivo della natura umana, concetto condiviso dalla maggior parte dei filosofi. Non a caso, Th. Hobbes imposta il suo lavoro di dottrina politica sulla triplice analisi così definita: de corpore, de homine, de cive. Passaggio d’obbligo al macrocosmo, allorché l’uomo s’inserisce nella società, una necessità storica inevitabile, sostenuta da Aristotele nell’affermazione che solo un miserabile o un super uomo può vivere in solitudine.
Il passaggio da uno stato all’altro, dall’individuo al collettivo è gravida di effetti non solo psicologici dal punto di vista del comportamento sociale. Uno studio curato da Gustav Le Bon, La psicologia delle folle pubblicato nel 1895 rivela l’importanza del concetto sopraindicato. L’anima collettiva si sovrappone a quella individuale oscurandola, nel contempo stimola istinti primordiali, talora inconsci che sarebbero repressi a livello individuale, ma che nel contesto della folla vengono manifestati nella loro immediatezza e violenza.
La teoria del Contratto sociale si pone come strumento funzionale per superare il mitico stato di natura ed entrare nello stato sociale. A questo proposito diverse sono le soluzioni adottate dai vari filosofi, Hobbes, quale sostenitore della monarchia assoluta, Locke, della monarchia costituzionale, Rousseau, del regime democratico, Kant, dello stato di diritto.

Libertà

Assai frequente tra i vari filosofi un atteggiamento pessimistico riguardo al valore della libertà.
Se la stessa è conquista progressiva di civiltà attraverso la demolizione storica delle forme di dispotismo, ciò non vuol dire che l’uomo sia libero a tutti gli effetti, considerando che da ogni sistema negato sono sorte nuove forme di schiavitù talvolta destinate a negare le conquiste ottenute.
Un esempio ci viene offerto dalla Germania quando milioni di persone furono pronte a cedere la loro libertà in cambio della sicurezza e dell’orgoglio nazionale.
Ragionando sul tema della libertà la filosofia politica deve molto a tre figure capitali nella storia del pensiero moderno: Nietzsche – Marx e Freud. La filosofia del primo tende a dimostrare come l’oltre uomo riesca a comporre la storia, piegando la volontà degli altri alla propria, il secondo, di come l’essere sociale determini la coscienza individuale, il terzo, di come le forze irrazionali ed inconsce determinano gran parte del comportamento umano e come gli impulsi repressi riescano a sublimare volontà ed aspirazioni, concetto che verrà ripreso da Marcuse nell’opera Eros e civiltà. Nella dibattuta questione sulla libertà un capitolo assai significativo sulla questione è la posizione esistenzialista, in particolare, quella di J.P.Sartre nella sua opera L’essere ed il nulla. Definire libertà e limitarla entro gli stretti confini della coscienza immaginativa e quindi della creazione artistica appare il risultato di una negazione a priori della libertà quale espressione di una visione cosmica ottimistica di classica tradizione illuministica.

Progresso e Ragione

Gli antichi greci pensavano che il mondo, pur essendo creato perfetto dagli dei, non fosse immortale, ma che portasse dentro i semi della decadenza, perciò il loro obiettivo era quello di trasferirlo alle generazioni successive il più intatto possibile. Nell’epoca moderna, già ai tempi di Francis Bacon, prende rilievo una visione utilitaristica della storia, per cui la vita umana si arricchisce in termini di sfruttamento della natura, soprattutto, quando il passaggio dalla teoria fisiocratica dell’economia a quella mercantilistica produsse una accelerazione di tale sfruttamento nell’ambito della prima rivoluzione industriale.
La natura venne concepita come strumento essenziale per produrre ricchezza e divenne di conseguenza indice di progresso. Col tempo si palesò l’altro lato della medaglia. La fiducia nel progresso generò una crisi di valori, compromise la funzione della Ragione, facoltà guida della mente dell’uomo. Da una iniziale esaltazione da parte dei filosofi illuministici la fiducia nella ragione si è affievolita progressivamente, perdendo il carattere peculiare di faro della civiltà. La frattura tra soggetto ed il mondo è la storia del ventesimo secolo, la perdita dell’armonia con la natura .
In altre parole, il pensiero moderno ha perso di vista l’oggettività della ragione, l’ha superata, ritenendola una illusione. La Ragione oggettiva parte dal presupposto che il grado di ragionevolezza della vita dipende dalla misura in cui la stessa si armonizza con la totalità della natura. Un’altra osservazione riguardo al principio del progresso discende dal fatto che la ragione, in effetti, non ha mai guidato la realtà politica secondo la morale ed il buon senso, si è sempre affidata agli interessi che costituiscono il motore di spinta dei governi in nome della ragion di stato.
Il declino della ragione è avvenuto inesorabile al termine della prima guerra mondiale, mentre la seconda le ha dato il colpo di grazia. Mai si era visto tanto sangue, tanto massacro, l’assurdo della vita umana che ha perso ogni significato morale.
L’orrore della guerra ha messo in discussione il fallimento dell’uomo su questo pianeta. Una osservazione del filosofo Adorno è molto illuminante in questo senso:
…qualsiasi cultura dopo l’Olocausto è spazzatura.

La filosofia politica ha portato, inoltre, a considerare due concezioni dello stato tra loro opposte:

a) La teoria rappresentativa dello stato
b) La teoria organicistica dello stato

La prima prende lo spunto da una visione ottimistica dell’uomo, basata sulla sua intrinseca bontà che prelude e favorisce la teoria liberale, la garanzia dei diritti umani e civili ed applica in sede istituzionale l’insieme dei diritti naturali confermati nelle leggi positive dello stato. La formula sancisce il principio della sovranità del popolo, la costruzione dell’apparato democratico, il ruolo centrale del cittadino che attraverso libere elezioni nomina i suoi rappresentanti. La sovranità appartiene di diritto al popolo, di fatto, questo non l’ha mai esercitata direttamente se non in casi eccezionali, negli eventi rivoluzionari quali, ad esempio, la rivoluzione del 1848 e della Comune parigina del 1871, quella dei Soviet nella rivoluzione del 1917 in Russia (con molte riserve a proposito!) In realtà, la sovranità si è sempre distribuita nella molteplicità di organismi nazionali e locali, ognuno dei quali può rivendicare la propria quota di potere rimandandola alla sua fonte popolare, ma nessuno dei quali è in grado di dimostrare l’appartenenza duratura e sostanziale al popolo, una volta insediato al potere. In posizione nettamente antitetica si colloca la visione pessimistica dell’uomo la cui vita sociale, se lasciata a se stessa, è caratterizzata da un forte, irriducibile egoismo coniugato ad un sentimento di misantropia, dal desiderio sfrenato di realizzare i propri interessi individuali a scapito del senso di responsabilità nei confronti del prossimo e della società in genere. Su questo presupposto prende vita la Teoria organicistica dello stato, una concezione sostenuta da Platone nella Repubblica e da Hobbes nel Leviatano. Non a caso, lo stato sotto le fattezze del mostro biblico ospita nel suo corpo migliaia di omuncoli che vivono in simbiosi nel gigante che li ospita. La loro vita si giustifica, in quanto appartengono al corpo del gigante e ne costituiscono l’essenza. Fuori dalla metafora, l’individuo s’identifica completamente nello stato avendo alienato tutti i diritti, tranne quello della vita. La teoria organicistica è il risultato di una obiettiva, spietata osservazione della vita biologica e psichica dell’individuo al di là dei presupposti declamati valori superiori dell’uomo, della sua spontanea tendenza al bene sostenuta in particolare da Spinoza.
Elemento essenziale della teoria è la concezione etica dello stato che promuove l’educazione delle masse. Altro aspetto importante è privilegiare la sicurezza sociale a scapito della libertà, realizzare l’amalgama del popolo in un complesso monolitico le cui parti perdono nell’unità la loro originaria fisionomia. Platone è il primo ad enunciarla. Altri filosofi successivi la faranno propria, punteranno la loro attenzione sul primato della nazione rispetto al popolo, il cui spirito s’incarnerà come in un tutto unico.
Sarà il nazionalismo a costituire il terreno più fertile alla teoria, una pianta che darà notevoli frutti.

Le utopie

Accanto alle teorie che trovano riscontro con gli avvenimenti storici, ad esempio, il liberalismo di Locke con la Glorious Revolution del 1688 in Inghilterra, Rousseau la cui Volontà generale servirà a Robespierre per giustificare il periodo del Terrore, oppure, Carlo Marx la cui pubblicazione del Manifesto costituirà la bandiera all’insegna della quale si muoveranno i rivoluzionari della Primavera dei popoli, riscontriamo una serie di filosofi che ricamano impossibili utopie, formulano governi e società regolate da norme perfette, ma assolutamente irrealizzabili.
Sono, appunto, i cosiddetti filosofi utopistici. La maggior parte di loro prova simpatia per i sistemi di organizzazione comunitaria con l’abolizione della proprietà privata e la fede assoluta nel principio di uguaglianza, in una parola, gli uomini dovrebbero sentirsi tutti uguali, vivere in perfetta armonia usufruendo dei frutti della terra, essere in pace con loro stessi, rifiutando eventuali altri bisogni. Così si esprime Tommaso Moro nella sua Utopia, non meno fantastica è la società rappresentata da Francis Bacon nella Nuova Atlantide, oppure, Campanella nella Città del sole senza nulla togliere alla visione teologica della Città di Dio di Agostino. In tempi più recenti i margini di prospettive utopistiche si limitano ad esempi meno fantastici, ci si cala nella effettiva realtà storica, nei problemi lasciati aperti dalla organizzazione del lavoro. Il socialismo utopistico cerca di trovare facili soluzioni ai problemi sociali fuori dal contesto della lotta e della cultura di classe, fuori della fabbrica e non dentro la fabbrica. Sono i progetti ideali di Saint -Simon, di Fourier, di Owen, di Louis Blanc, di Proudhon, dello stesso Mazzini. Spetterà a Marx il compito di aprire mente ed occhi sulla dialettica della lotta di classe nell’ambito della concezione materialistica della storia provocando una sterzata rivoluzionaria sul modo di intendere l’uomo, la storia, l’economia, la politica.

Le ideologie

Le ideologie non sono il risultato di un libero pensiero individuale o collettivo, consapevole e deliberato, ma modelli di pensiero che s’impongono alla stragrande maggioranza degli uomini senza passare attraverso la loro coscienza, rappresentano soggetti culturali percepiti – accettati – subiti che agiscono su chi li recepisce attraverso un processo che a loro sfugge, in questo senso fanno parte organica di ogni totalità sociale. L’uomo è un animale non solo razionale ma anche ideologico.
Tutti gli apparati di stato funzionano con la repressione ed in base ad una ideologia, lo stato comprende un certo numero di istituzioni della società civile, ovvero, la chiesa, la scuola, i sindacati ecc. che svolgono un ruolo ideologico, tanto è vero che tutta la storia ideologica che parte dal XVI secolo al XVIII si è concretizzata in una battaglia clericale ed antireligiosa tramite la quale la borghesia ha tentato di strappare alla Chiesa il monopolio sugli apparati ideologici, in particolare sulla famiglia e sulla scuola.
La contestazione odierna della scuola parallela a quella della famiglia assume un significato apertamente ideologico- politico.
Le ideologie totalitarie hanno messo a soqquadro il mondo, ma la struttura terroristica non si limita al problema delle dittature che purtroppo abbiamo conosciuto. L’ordinamento totalitario può sussistere anche in un sistema di democrazia collaudata, espressione di pluripartitismo, di garanzia delle libertà individuali, di sostegno sociale, di progresso nel welfare. Se le dittature storiche (nazi – fascismo, comunismo – teorie razziali) hanno distrutto, annullato l’esistenza in quanto tale, la seconda ipotesi distrugge l’esistenza degna di essere vissuta.

 

 

 

 


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