IL CRISTIANESIMO

pubblicato da: Giorgio Ragucci Brugger - 23 luglio, 2014 @ 10:09 am

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Il Cristianesimo travolge il quadro di una società divisa in signori e servi, padroni e schiavi, perché queste distinzioni non hanno più valore di fronte a ciò che accomuna tutti gli uomini nella considerazione di essere tutti figli di Dio. La dottrina di Gesù enunciata nei Vangeli predica una universale fratellanza ed uguaglianza, anzi, i più poveri, gli ultimi saranno i privilegiati nell’altro mondo, dove riscatteranno una vita di sofferenze e di ingiustizie.

La nuova religione attua un completo rovesciamento dei valori del mondo pagano. Al posto della violenza, del sopruso, della disuguaglianza predica la carità, al posto della ricchezza, la povertà. Non si tratta di una rivoluzione politica, ma di una dottrina assolutamente radicale che avrà comunque notevoli applicazioni nell’ambito della filosofia politica. La grande rivoluzione spirituale è l’emancipazione dell’individuo che porta alla disgregazione del tribalismo e porterà in futuro all’emergenza della democrazia.
L’individualismo unito all’altruismo è diventato il cardine della civiltà occidentale, è la dottrina centrale del Cristianesimo che sul piano teologico si pone come teoria della salvezza eterna, dal punto di vista politico pone al centro la figura della persona (ama il prossimo tuo – dice la scrittura e non ama la tua tribù) ed è il nucleo di tutte le dottrine etiche che scaturiscono dalla nostra civiltà. Lo sviluppo di tale concetto porterà alla dottrina dell’etica di Kant, ovvero, alla regola di considerare gli individui come fini e non come mezzi. Teoricamente di fronte a Dio ricco e povero si pongono sullo stesso piano, politicamente il rapporto non viene eliminato, si richiede al primo un comportamento umano, al secondo, l’obbedienza.

Il Cristianesimo non è una filosofia, ma una dottrina della salvazione. In sede politica, numerosi sono i punti di contatto col mondo pagano, tanto è vero che tra i padri della chiesa ci sarà una notevole convergenza con Cicerone e Seneca su come interpretare la legge naturale ed il concetto di uguaglianza.
Nei confronti del potere politico l’obbedienza civica diventa una virtù cristiana. L’età moderna metterà in crisi il valore del sacro e renderà dubbia la speranza ultraterrena, di conseguenza, libertà ed uguaglianza non saranno più doti naturali dell’individuo, ma conquiste da realizzare di volta in volta.
La società cristiana poggia sul rapporto orizzontale tra individui liberi ed uguali, oltreché sul rapporto verticale d’autorità che ha il suo modello nella comunità celeste, dove trova attuazione la salvezza individuale, in questa prospettiva la vita terrena si riduce a semplice attesa dell’evento ultraterreno.
Il cristiano realizza nel mondo il volere di Dio ed al mondo si adatta per questo scopo. Gli interessi spirituali e la salvezza eterna sono affidati alla chiesa, gli interessi temporali ed il mantenimento della pace, dell’ordine e della giustizia sono affidati al governo civile. Questa dottrina è definita la teoria delle due spade enunciata da Gelasio. L’umanità forma una società unica sotto due governi, ciascuno con le proprie leggi, i suoi organi di legislazione ed amministrazione ed il suo diritto.
La Riforma di Lutero renderà vana la funzione della chiesa come mediazione tra uomo e Dio, in questo senso l’anima cristiana subirà un processo di interiorizzazione diventando coscienza individuale in rapporto diretto con Dio. Non solo, l’uomo medioevale farà riferimento ad un contesto sociale concepito come Universitas, ossia, un corpo sociale inteso come un tutto in cui i singoli individui non sono che le parti, concezione che crollerà con l’età moderna dove l’Universitas sarà sostituita dalla Societas che considera se stessa come pura e semplice associazione d’individui.
Il passaggio dal mondo pagano a quello cristiano determina anche e soprattutto una diversa concezione del rapporto uomo – natura. Due sono le visioni del mondo dal punto di vista squisitamente occidentale, quella greca e quella ebraico – cristiana che per quanto differenti tra loro convengono nel considerare il rapporto natura – etica. I Greci concepivano la natura come un ordine immutabile che nessuna azione umana poteva violare, era semplicemente la dimora dell’uomo in qualità di ospite e come tale doveva il massimo rispetto nel confronto del creato. Eraclito afferma:

…questo cosmo che è di fronte a noi e che è lo stesso per tutti, non lo fece nessuno degli dei né degli uomini, ma fu sempre, è e sarà fuoco vivente che divampa secondo misure e si spegne secondo misure…

La natura era quell’orizzonte che non si poteva superare a cui l’azione umana doveva piegarsi come ad una legge suprema. L’uomo non può dominare la natura, il suo compito è valutare le regole del retto agire nei confronti della natura. L’uomo non si pone quindi come misura delle cose, ma egli stesso è misurato dall’ordine cosmico e delle sue leggi cui deve ispirarsi.
La concezione ebraico – cristiana è diametralmente opposta. Spetta all’uomo sfruttare la natura per i suoi interessi, concetto biblico contenuto nella genesi che avrà uno sviluppo sempre più crescente nella cultura occidentale la cui prima enunciazione Scienza è potenza, ovvero, sapere è potere sarà il fondamento dell’opera e del pensiero di Bacone.

Dall’undicesimo al tredicesimo secolo la chiesa celebra il suo trionfo. Nelle loro mani sovrane i papi segnano il destino dei popoli, i teologi le hanno conferito una solida base dottrinale, i predicatori ed i mendicanti tengono vivo il fervore popolare. Nulla è possibile senza la chiesa, né il potere, né la salvezza e nemmeno il pensiero. I principi ribelli vengono deposti e scomunicati, i contestatori come Abelardo, perseguitati e massacrati gli eretici – patari – catari – albigesi – valdesi – sgominati gli infedeli.
La chiesa rappresenta la totalità del mondo, perde la forma di Imperium per diventare una Res pubblica Christianorum soggetta all’autorità del papa. Si viene a creare una comunità autarchica in grado di soddisfare i bisogni reciproci, i materiali quanto quelli spirituali.
Le figure più rappresentative di questo pensiero sono le seguenti:
Ambrogio

Vescovo di Milano nel quarto secolo è colui che apre la disputa tra potere spirituale e quello temporale – politico. In termini astratti ciascun soggetto dovrebbe gestire in perfetta autonomia la propria materia. In questo senso allo stato spetta il potere politico, alla chiesa quello spirituale.
Storicamente il contrasto tra Impero e Papato ha rappresentato un costante conflitto e ha dato luogo a vicende assai drammatiche.
Ambrogio sostiene che l’imperatore deve obbedienza al papa, pur conservando la sua autonomia in campo temporale. L’opposizione è contenuta nella stessa coscienza teocratica, non sono due diverse concezioni di vita che tendono ad escludersi a vicenda o ad avere il sopravvento, quanto la stessa concezione che mira ad esprimersi nell’uno o nell’altro istituto.

Agostino

Per il filosofo di Tagaste la vita terrena è sinonimo di imperfezione, di corruzione. Agostino ha imparato la lezione di Platone. A far bene si dovrebbe arrestare il flusso degli eventi per ottenere la formula certa della verità e della felicità. Che sia il divenire una semplice astrazione?
In effetti, ciò che cambia non esiste veramente, perché cambiare è cessare di essere quello che si era per diventare qualcosa di diverso che, a sua volta, cesserà di essere. Questo principio appartiene solo a Dio che è l’Essere per eccellenza che ha dato luogo alle altre innumerevoli esistenze, ha originato la creazione. In un solo istante, senza successione di tempo egli ha fatto esistere la totalità di ciò che fu, che era e che sarà. Il mondo di Agostino si dispiega nel tempo come un immenso, magnifico poema. Lo stato politico nasce dal peccato originale e coincide con la città terrena. Gli uomini non sono capaci di raggiungere coi propri mezzi una convivenza ordinata ed armonica, perciò è necessario che si instauri una autorità ed una serie di norme volte a questo fine. Lo stato costituisce quindi un rimedio provvidenziale del male che l’ha prodotto perché corregge i difetti e le mancanze della natura umana mal predisposta alla convivenza. Quale ulteriore conseguenza lo stato si pone come una costruzione del tutto artificiale, avventizio, essendo del tutto estraneo alla natura originaria dell’uomo. La teocrazia di Agostino può sembrare all’apparenza oppressiva della libertà, in realtà, rappresenta una esigenza insopprimibile di sicurezza.
In effetti, Il Medio Evo rappresenta un periodo storico in cui la condizione umana è sottoposta a durissimi sacrifici, talvolta, a prove estreme di sopravvivenza, la società chiede protezione, difesa, consolazione. La teocrazia risponde appunto a questa esigenza creando un vincolo organico tra le genti, una solidarietà umana tra il sacro ed il profano, spesso, confondendo i termini allo scopo di offrire una ragione di vita. Queste idee emergono dall’opera La città di Dio. L’uomo ha una duplice natura, spirito e corpo, in quanto tale è cittadino come corpo della città terrena e come anima della città celeste.
La città terrena è regno del demonio e di tutti gli uomini malvagi, l’altra comprende l’unione di tutti gli uomini redenti.
Nel corso della vita terrena le due città sono comprese l’una nell’altra, ma il giudizio universale interverrà a separarle e costituirle distintamente. La costruzione progressiva della città di Dio è la grande opera incominciata sin dalla creazione, proseguita poi incessantemente, conferendo significato alla storia universale. La città di Dio è una teologia della storia per cui tutti gli avvenimenti importanti della storia universale sono altrettanti momenti della realizzazione del piano previsto da Dio, una storia attraversata dal mistero, dall’opera della divina carità che tende a restaurare una creazione guastata dal peccato. La ragione non è in grado di valutare perché solo alcuni saranno salvati, d’altronde, abbiamo la certezza che Dio non condanna nessuno senza giustizia, anche se l’equità della sentenza resta ignota.
Di fatto, la città terrena è una realtà provvisoria, imperfetta, corrotta. Se venisse privata del diritto sarebbe paragonabile ad una banda di banditi che si organizzano per uccidere e dividersi il bottino.

Gregorio

Ritiene che anche ad un cattivo re si deve obbedienza. Questa concezione non era assurda in un periodo in cui l’anarchia e l’insicurezza sociale costituivano un pericolo gravissimo.
La chiesa si adattava a cooperare con l’autorità civile, ad insegnare la virtù dell’obbedienza e della lealtà, i doveri della cittadinanza.
La distinzione tra temporale e spirituale viene ribadita e con essa la teoria delle due spade, imperatore e papa, signori nei rispettivi ambiti di competenza. Ordine e giustizia spettano al governo civile, mentre gli interessi spirituali e la salvezza eterna sono affidati alla chiesa.
Il re non può annullare i diritti del popolo, deve rispettare la consuetudine, una serie di regole antiche, di regolamenti municipali, di norme locali, stabilite dalla tradizione che comportano l’intera organizzazione della vita sociale. Non esiste un potere centrale. La terra è l’unica forma di ricchezza che vale per qualsiasi classe sociale, dal re al servo della gleba.

Questa organizzazione prende il nome di Sistema feudale, dove non esiste un potere centrale, si tratta di una struttura piramidale, una rete che collega soggetti e classi sociali tramite un vincolo di subordinazione gerarchica, un rapporto tra persone che producono lavoro dietro scambio di servizi da una parte e di protezione, dall’altra. La proprietà è in usufrutto, in enfiteusi o locazione. La scala di gerarchia prevede in vetta il re, quindi i nobili, i vassalli, i valvassori ed infine i servi della gleba. Tra i vari servizi cui è tenuto il vassallo c’è pure quello di fornire soldati all’esercito nella misura in cui è valutato il fitto del suo feudo. Il rapporto è una specie di contratto che lega i vari soggetti. L’inferiore ha l’obbligo di rispetto ed obbedienza, il superiore, di aiuto e di protezione. Al di sopra di questa gerarchia di poteri e di autorità locali, di rapporti funzionali, primeggiano i vertici della Chiesa e dello Stato nelle due figure emblematiche del Papa e dell’imperatore, uniti dal principio comune della fede in Dio, unità suprema nella lex aeterna.
Dai due punti di riferimento al vertice scende un ordine graduale di organismi che si concretizzano nella famiglia, nella città, nel regno e finalmente nella Chiesa e nell’Impero. Il fondamento teoretico sia della Chiesa che dell’impero è realizzare l’ottimo governo possibile, la perfezione di un modello superiore di umanità nel mondo. Il comune scopo è anche la causa di una forte conflittualità tra le due parti. Il principio che sanzionava il loro reciproco accordo era quello formulato già alla fine del quinto secolo da papa Gelasio, ovvero, che ciascuno dei due poteri deriva direttamente da Dio ed è indipendente dall’altro nella propria sfera di autonomia e di azione.
La necessità di un centralismo politico rompeva il possibile compromesso tra i due poteri e sollevavano la questione del primato. In effetti, la teoria delle due spade rimase sulla carta semplice teoria. I numerosi contrasti, le lotte per il primato politico misero sul tappeto episodi di grave corruzione da ambo le parti, scandali quali la ricorrente simonia, ovvero la vendita delle cariche ecclesiastiche. Nel 1075 Gregorio VII abolì l’investitura laica, cioè, la nomina dei vescovi da parte dell’imperatore.
Enrico IV rispose all’attacco cercando di deporre il papa che lo scomunicò e sciolse i suoi sudditi dal vincolo dell’obbedienza. Enrico, a sua volta, si adoperò di trovare un antipapa, mentre Gregorio appoggiò le pretese di Rodolfo di Svevia contro l’imperatore. La vicenda è nota. L’imperatore uscì sconfitto, si recò a Canossa ad implorare il perdono. Solo nel 1122 con il concordato di Worms l’imperatore rinunciava al diritto d’investitura.
Nel contesto di questo conflitto di poteri, varie furono le posizioni di filosofi, di scrittori, di storici a favore di una o dell’altra parte causa. La figura emergente è senz’altro.

San Tommaso

Il filosofo concorda con papa Gelasio sul fatto che i due poteri sono uniti in Dio, che l’autorità suprema viene dal papa rappresentante di Dio in terra e che il potere spirituale è più importante di quello temporale.
L’autorità terrena è giudicata dal papa, mentre il papa è giudicato da Dio. La concezione di Tommaso parte dal presupposto teoretico che ragione e fede non devono essere termini in opposizione, in effetti, se apparentemente sembrano in contrasto, in realtà, fede e ragione devono essere considerati complementari in quanto la fede è il compimento della ragione, motivo in più perché i due poteri centrali possano trovare un adeguato compromesso, ognuno di loro sovrano per quanto riguarda la propria competenza.
Entrambi, comunque, devono rispettare i diritti del popolo. La legge naturale compete ai pagani come ai cristiani. Nessuno è obbligato ad una obbedienza totale, persino l’anima di uno schiavo è libera, per questo motivo l’opposizione al tiranno non è solo un diritto, ma anche un dovere.


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