LA TEORIA DI PLATONE

pubblicato da: Giorgio Ragucci Brugger - 23 luglio, 2014 @ 10:00 am

Platone

La concezione politica di Platone parte dal presupposto fondamentale che l’uomo non è autarchico, non basta a se stesso, l’individuo assume un valore solo nel ruolo di cittadino. Lo stato interviene allo scopo di formarlo conforme le regole della città, ovvero della polis. Governare non è un lavoro come un altro, rappresenta l’impegno massimo per l’uomo, un lavoro da svolgere solo da chi ne ha la capacità, ovvero, è in possesso di virtù e conoscenza, solo in questo modo si realizza il bene dello stato, superiore alla stessa giustizia.

La virtù è di due specie, la virtù tecnica e la virtù politica, (άрετέ) per la prima, l’arte medica, ad esempio, basterà un solo esperto a fronte dei bisogni della comunità, mentre la virtù politica deve appartenere a tutti i cittadini senza nessuna eccezione. L’apprendimento della virtù politica è la prima regola di educazione nella famiglia e nella scuola nel quadro delle categorie morali, in altre parole, il bambino deve essere reso consapevole di ciò che è giusto e meritevole. Quando i genitori mandano il figlio dal maestro, la loro richiesta è quella di formare il comportamento dell’alunno, solo in secondo piano subentra la necessità dell’istruzione, leggere e scrivere.
L’azione del cittadino risponde a criteri di efficienza tecnica, esige eccellenza, ma anche cooperazione. Riguardo alla giustizia Platone usa il termine giusto come sinonimo di ciò che è nell’interesse dello stato ottimo, il termine ha quindi significato oggettivo e non dipende dalla valutazione che ne fa il soggetto ed è il principio che presiede l’armonia della natura, della città e dell’anima. Questa interpretazione contribuisce a spiegare il dramma di Socrate, della sua condanna a morte, l’accettazione della sentenza.
La legge della polis era sacra, malgrado fosse superata, non più adatta a quella società; Socrate, ne prende atto, denuncia pubblicamente questo stato di cose, d’altra parte, si rende conto che deve obbedire alla legge in vigore contro i suoi principii e che accetta fino alla morte.
L’ottimo governo è quello capace di arrestare il cambiamento con il mantenimento di una rigida divisione in classi sociali. Il filosofo parte dal presupposto che l’individuo persegue interessi dettati dal suo egoismo e ciò costituisce un male, la sua libertà ha lo stesso scarso valore delle cose sensibili nel mondo dell’apparenza, perciò, l’individuo è il Sommo Male, al contrario, quando entra nel contesto sociale, assume un significato nell’interesse della classe cui appartiene e quindi dello stato che è il Sommo bene.


L’uomo è animale politico ed in quanto tale assume un valore non soltanto politico, ma anche etico. A questo punto si pone il quesito: cosa si pretende dallo stato? La risposta è immediata: la sicurezza. Soltanto per mezzo della protezione, della pace interna ed esterna il cittadino riesce ad essere felice. La misura di libertà di cui il cittadino ha diritto deve essere compatibile con la libertà degli altri, questo è il compito della polis.
La città stato era una piccola realtà, dove poteva essere applicato il sistema della democrazia diretta, un territorio che al tempo di Platone non comprendeva più di 300 mila abitanti, considerata la regione dell’Attica, una popolazione suddivisa in artigiani e commercianti, la massa dei contadini, gli stranieri (meteci) e gli schiavi. Di questi solo circa 50 mila possedevano diritti civili e politici, i meteci, solo quelli civili, mentre gli schiavi (più di 150 mila) erano adibiti ai lavori manuali più umili e non avevano diritti.
Platone rappresenta la vita della città come la viveva il greco, un sistema di vita in comune, piuttosto che una struttura legale, dove l’appartenenza alla città era superiore al vincolo familiare. Bene supremo è, appunto, la città nella quale l’individuo si identifica anima e corpo, un insieme di famiglie che non ha una precisa configurazione nell’unità della polis. Questo sistema servirà ad esempio a pensatori del calibro di Rousseau, Fichte ed Hegel ed influirà sulla loro concezione dello stato anche per quanto riguarda l’aspetto educativo che a Sparta era prioritario nelle discipline della ginnastica, della musica, della matematica, astronomia e logica. La posizione delle donne a Sparta era privilegiata. Plutarco nelle vite parallele scrive sull’argomento:

… le ragazze esercitavano i loro corpi alla corsa, alla lotta, al lancio del disco, ai dardi affinché il frutto che poi concepivano, traendo nutrimento da un corpo forte e robusto, potesse germogliare e svilupparsi per il meglio, sopportassero meglio le pene della gravidanza… e benché le fanciulle si mostrassero così apertamente nude, non vi era alcuna disonestà nel vedere o far vedere, ma tutto questo sport era pieno di gioia e di divertimento senza sciocchezze giovanili, né lascivia…

Gli uomini che non si sposavano erano considerati disonorati per legge e costretti anche con il tempo più rigido a camminare nudi fuori dal luogo dove i giovani compievano i loro esercizi. Il matrimonio non era tenuto in grande considerazione, tanto meno, la procreazione che doveva avvenire in luoghi appartati, quasi di nascosto, come fosse una cosa di cui vergognarsi.
Le classi sociali erano suddivise in:lavoratori, guerrieri, (filakes) filosofi. (arcontes) Alla classe dei lavoratori, contadini, mercanti, artigiani è concesso il possesso di beni, al contrario, i difensori riceveranno i mezzi di sostentamento, compreso il cibo. A ciascuna classe corrisponde un’anima:
a sensitiva, la generosa, la razionale. La classificazione delle anime e la loro diversa funzione sono descritte nel Mito di Fedro, l’auriga che conduce il cocchio trainato da due cavalli, uno bianco, che tende verso il cielo e rappresenta la ragione, l’altro, nero, verso il basso e rappresenta l’istinto, la concupiscenza. Ragione ed istinto, entrambe importanti per l’uomo devono mantenersi in perfetto equilibrio. In questo senso l’abilità dell’auriga consiste nella capacità di mantenere la giusta direzione del carro al fine di raggiungere la meta, dominando il movimento dei due cavalli in giusta misura.
Platone nega la proprietà privata in vista di un comunismo integrale, limitato alla classe degli arconti che vivono in caserme, consumano i pasti nella mensa, hanno le donne in comune insieme ai figli. Si provvederà in modo che le migliori donne si accoppino con i migliori uomini, così che la razza si riproduca nel miglior modo possibile. Gli arconti non diranno più è mio di nessuna cosa, o meglio, potranno dire è mio di tutto quanto, perché tutto sarà in comune tranne il proprio corpo. Il comunismo platonico nasce dall’esigenza di avere la classe degli arconti totalmente disponibili per il governo e la difesa dello stato. Platone è convinto che la ricchezza sia nociva, per correggere l’avidità dei capi non c’è altra via che negare loro il diritto di proprietà. Anche la famiglia non deve esistere, donne e bambini devono vivere in comune, i pasti sono consumati in mense pubbliche, l’economia ridotta all’osso, ovvero, al limite della sopravvivenza. Importante è evitare la povertà quanto la ricchezza perché entrambe comportano notevoli pericoli nel cambiamento dell’assetto sociale, promuovono avidità, ambizione e violenza.
Gli arconti devono possedere qualità eccezionali in grado di coniugare virtù e conoscenza: sofia, (sapienza) andreia, (coraggio) sofrosine, (saggezza) qualità indispensabili che rendono gli arconti i migliori, gli unici deputati a formare il governo della polis, un governo aristocratico definibile in termini moderno come una specie di dispotismo illuminato. La Repubblica idealizzata dal filosofo greco si pone come stato etico che deve realizzare il Bene Assoluto quale fondamento dello stato. Il greco vive immerso nella propria comunità di cui è parte integrante in modo che i comportamenti privati assumono valenza pubblica. La polis è retta dalla legge alla quale tutti devono obbedienza. Chi la trasgredisce è fuori dalla comunità.
È noto il sistema dell’ostracismo quale drastico provvedimento di esilio. Il termine deriva da ostrakòs (pietra) e consisteva nel porre una pietra in mezzo alla piazza con scritto sopra il nome della persona contestata. L’iniziativa poteva partire da qualsiasi cittadino, altri cittadini che erano della stessa idea ponevano la loro pietra finché il politico di turno era costretto ad andarsene.
Un fatto è certo, la comunità non può riconoscere la libertà al singolo soggetto, quando questo turba la collettività delle coscienze. La polis costituisce il banco di prova dinnanzi al quale tutti devono rendere conto, non può ammettere una coscienza estranea al tutto. Socrate rappresenta colui che richiama gli uomini ad aprire gli occhi su loro stessi, ad avere non solo il coraggio di vivere, ma anche di verificare come è necessario vivere.
L’esempio di vita e di morte di Socrate deve essere distinto dalla filosofia dei sofisti dell’epoca. Questi erano esperti di tutte le possibili arti riguardo l’attività pubblica, in particolar modo, erano insegnanti di retorica, volta soprattutto all’effetto che ha la parola, il discorso (logos) sull’uditore.
Il progetto politico di Platone s’inserisce in una realtà sociale schiavista. Non ha mai accarezzato l’idea di una società egualitaria senza classi e ne è prova lo stesso concetto di giustizia, quindi il suo stato ottimo è fondato su distinzioni di classe estremamente rigide. Il filosofo non parla mai di schiavi, egli dice che sarebbe meglio evitare persino la parola di schiavo, meglio sarebbe parlare di lavoratori, ovvero, le persone che mantengono i governanti. In nessun luogo si trova la minima indicazione che l’istituzione della schiavitù debba essere abolita o quanto meno mitigata, al contrario, Platone disprezza quei democratici ateniesi dal cuore tenero che appoggiano Nelle altre due opere Il politico e Le leggi il filosofo enuncia le forme di governo: monarchia, aristocrazia, democrazia e le loro rispettive degenerazioni: tirannide, oligarchia, demagogia, quest’ultima è peggiore persino della tirannide perché significa anarchia e violazione radicale di qualsiasi legge. Pur essendo diverse l’una dall’altra, il carattere che le unisce è l’assenza di ateismo, condannato con la prigione, se non addirittura con la morte. Detto questo, viene spontaneo concludere che la dottrina politica di Platone promuova un regime di tipo totalitario. Alcuni studiosi, al contrario, lo distinguono nettamente dal totalitarismo moderno proprio per le finalità che persegue, la felicità dei cittadini ed il regno della giustizia, in altre parole, se la sua filosofia è il più spietato attacco contro le idee liberali che la storia possa mostrare, d’altro canto, il filosofo intende costruire uno stato perfetto nel quale ogni cittadino è veramente felice.

 

 

 


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