Chatto, ergo sum: la doppia faccia della tecnologia

pubblicato da: Giorgio Ragucci Brugger - 7 gennaio, 2015 @ 9:57 am

chatLa moderna tecnologia è la medaglia che presenta due facce: una porta il nome di progresso, l’altra, quello di dipendenza. Dagli anni novanta in poi l’accelerazione della tecnica è stata così impressionante da svolgere un ruolo da protagonista, legata al sistema capitalistico lungo un percorso ormai incontrollabile. A questo punto non si tratta di stabilire un giudizio di merito, bensì considerare il fenomeno nella sua intrinseca obiettività. Impossibile contrastare il passo alla tecnica. Persino il più nostalgico tra i filosofi è costretto ad accettare il primo comandamento, ovverò che la tecnica funziona ed in quanto tale il suo processo è irreversibile. Sembra giusto ritenerla indispensabile in quanto fornitrice di strumenti conoscitivi utili alla convivenza civile, oggettivarla nella sua fruibilità, d’altra parte, è ugualmente corretto negarle lo scettro di soggetto della storia, tanto meno elevarla al valore di essenza dell’esistenza, anche se allo stato attuale non sono pochi coloro che gli attribuiscono questi attributi; in una parola non dobbiamo formulare l’ipotesi del chatto, ergo sum subordinando il pensiero libero alla mera funzione mediatica.

Se mi riduco schiavo con le mie stesse mani scegliendo deliberatamente di esserlo, perpetuo quel deleterio processo di alienazione che nel corso della storia è stato denunciato da Marx nella sfera sociale e da Freud nell’ambito della psicoanalisi, quale causa fondante d’incapacità di riscattare la propria vita dai vincoli e convenzioni sociali che determinano la propria infelicità. La tecnologia è strettamente imparentata alla materia, sorella della scienza e cugina del capitalismo, trasforma il mondo sotto questo profilo, non ha alcun altro interesse, nessun altro fine che non realizzare se stessa in un continuo, repentino mutamento delle forme, dei beni, dei prodotti, degli oggetti. Assomiglia al mitologico Proteo che non ha chiara identità se non quella che appare in un determinato momento, è l’asse portante dell’economia intesa come raggiungimento del benessere, assume un potere che esclude qualsiasi altra concezione della vita, presenta non il mondo, ma la sua rappresentazione sotto forma di prodotto ben confezionato accessibile a qualsiasi prezzo.

Tutti noi siamo attrezzati tecnologicamentè, è un fatto inevitabile, certo, che se accettiamo integralmente la formula chatto, ergo sum, diventiamo homo videns, homo audiens col rischio di perdere la statura di homo sapiens. In questa prospettiva sarà l’animale ad esserci superiore facendo leva sugli istinti, sulla capacità di coniugare la propria esistenza con il ritmo e le risorse della natura, la grande madre che a stento riconosciamo nel suo valore se non negli intervalli del tempo libero e della ricreazione. Un fatto è certo, siamo immersi nella dimensione della tecnologia che determina spazio e tempo, le nostre scelte di vita.

Umberto Galimberti nel suo saggio I miti del nostro tempo afferma: “C’è chi di notte dopo essersi recato in bagno si ferma a controllare la sua e -mail prima di tornarsene a letto, spegne il modem e prova un senso di disagio, siede in treno o in aereo col suo portatile sulle ginocchia, si sente superiore a quelli che dispongono di un computer fuori moda, è chiaro che in questi casi si fa largo una nuova patologia che si può definire disturbo da dipendenza da internet. Lo stesso disturbo può essere provocato dall’uso morboso del cellulare. Un tempo chi parlava da solo a voce alta in strada era considerato un pazzo, al contrario, oggi, quanti si comportano in questo modo sono considerate persone molto impegnate. Acceso o spento il cellulare non dà scampo. Se siamo noi a chiamare vuol dire che non sappiamo più aspettare, se rispondiamo siamo in ogni momento al servizio degli altri, peggio, se lo spegnamo prima o dopo siamo costretti a giustificarci.”

L’immediata conseguenza di tutto ciò è che l’illusione di assicurarci libertà e progresso frana miseramente di fronte alla consapevolezza di un inganno atroce. Il male peggiore è che finiamo con l’identificare nella tecnica la vita interiore, amicizia, passioni, amore, tutto ciò che è immediato, autentico, che assume il massimo valore per la persona.

Un esempio. Se viene inviato un messaggio di amicizia o di amore al quale non viene risposto subito, non si è portati a pensare che il cellulare di quella persona sia spento, ma si fa largo il dubbio che quella persona non voglia rispondere, nasce un senso di angoscia che in breve si trasforma in un triste abbandono. Deplorevole, anzi ridicolo, pensare che i nostri sentimenti nascano, si muovano, si estinguano sul palcoscenico di un mezzo tecnologico e che la vittima designata sia proprio colui che l’ha costruito, ma probabilmente questo non è un discorso realistico, perchè tutto ciò che umanamente autentico ormai ha così poco rilievo da essere trascurato, forse sta prendendo la via definitiva del cestino, un file da cancellare.


1 commento
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  1. siamo nell’era tecnologica e tutto questo ci plasma in un modello uniforme e spersonalizzato; purtroppo non riesco a leggere positivamente un qualsiasi cambiamento, perché la tecnologia avendo preso la rincorsa, sarà impossibile fermarla o porre correttivi. E’ seducente e previene le nostre scelte future,

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