Numero Zero: quando l’hiphop era più di un genere musicale

pubblicato da: luca - 16 gennaio, 2016 @ 5:19 pm

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Gli anni 90 sono stati un periodo magico per chi ne ha vissuto il sottobosco musicale: è in quel decennio che è andato a formarsi un movimento di rappers, writers, brakers e dj che in America già nel decennio precendente i “bros” iniziavano a chiamare “hiphop“: una controcultura urbana, molto più di un semplice genere musicale forma nella quale sarebbe arrivato (malconcio per certi versi) ai giorni nostri. Ballare per le strade, mettere a tempo dischi funk al fine di formare un tappeto sonoro per le rime di cantastorie poi conosciuti come rapper, disegnare opere darte sulle carozze dei treni: l’hiphop si alimentava con la libertà di espressione e la creatività dei suoi protagonisti, senza distinzioni di razza, cultura o provenienza.
Un movimento forte, liberatorio, creativo che nello spazio di vent’anni ha influenzato ogni campo umano, dal lettering al design, dalla musica all’arte, dalla gestualità alle parole che oggi noi tutti utilizziamo ignorandone spesso l’origine.

Difficile raccontare come quella cultura nata nelle strade e negli appartamenti del Bronx (New York) per mano di pionieri quali Dj Kool Herc e Africa Bambata e dei loro “block party” (feste nelle quali il dj mettendo in loop due dischi uguali riusciva a creare le basi in 4 quarti, sulle quali i primi maestri di cerimonia mettevano in rima testi spesso in free-style a mo’ di moderno blues di strada), sia arrivata a declinarsi nel nostro Paese, difficile tracciarne esattamente i primi passi, i protagonisti.
Lo ha fatto il regista Enrico Bisi, torinese classe 75, con un lavoro filologico e storeografico minuzioso, andando ad intervistare su un arco temporale di 4 anni i protagonisti più illustri ed importanti della “scena”, ricostruendo di fatto in modo chiaro ed accessibile (una volta tanto) anche a chi del movimento non ha fatto parte, tutta la sua evoluzione: da movimento politicizzato associato ai centri sociali di Roma, Bologna, Torino, a vero e proprio fenomeno sociale evolutosi in parallelo alle tecniche produttive e di scrittura, di rapper e producer simbolo quali Militant A, Lou X, Ice One, Neffa, Frankie Hi-Energie, DeeMo, Kaos, Sangue Misto, Fabri Fibra. E sono proprio loro, attraverso racconti, aneddoti, rimpianti, sfoghi, a guidarci all’interno di una cultura per troppo tempo chiusa all’interno della sua stessa definizione di genere di nicchia, autocelebrativo, forse auto-fagocitante (lo capiremo più avanti).

Un’operazione non semplice quella di raccontare l’hiphop italiano ma che grazie ad un montaggio davvero logico ed ai racconti di Ice One, Danno del Colle der Fomento, Kaos, Fabri Fibra e soprattutto Neffa (forse l’esponente più importante ogni epoca del genere), fila via liscio e fa pure brillare gli occhi a chi, come il sottoscritto, ha vissuto quel decennio da “protagonista” attraverso la scrittura di dischi rap, l’organizzazione di jam (i party che davano spazio a tutte e 4 le discipline dell’hiphop attirando giovani di ogni estrazione alla ricerca del confronto e della continua scoperta di nuovi stili) con i protagonisti del film stesso ed il lavoro su fanzine autoprodotte ormai sepolte.

Difficile non emozionarsi davanti a Neffa che spiega con una consapevolezza rara, i motivi dello scioglimento dei sangue misto, davanti a J-AX e Tormento che ricordano com’era riempire le piazze di gente che ascoltava una musica del quale nessuno al di fuori degi appassionati aveva mai sentito una nota fino a quel momento (internet, il peer to peer e spotify erano lontanissimi e chimerici…ed in radio l’hiphop non esisteva se non all’interno del programma One2 One2 di Radio DJ condotto da Albertino prima e Irene La Medica dopo). Difficile restare freddi difronte a Kaos che ammette di non riuscire a scrivere nemmeno una parola senza pensare al fatto che tutto ciò che butti fuori è importante perchè le parole ti sopravviveranno.
E quindi impossibile dare un giudizio negativo ad un film che per la prima volta, fatta eccezione per l’altrettando importante pionieristico ed imprescindibile documentario sull’origine del free-style “Versibus Alternis“, aiuta a spiegare l’importanza del rap e della sua cifra stilistica dandogli dignità culturale.

Molto più facile invece risalire al perchè quel movimento è finito ed i suoi protagonisti non ne sono sempre usciti benissimo (c’è chi ha abbandonato la musica, chi si è dato ad altri generi): il particolarismo, l’autocelebrazione sempre e comunque, la scarsa capacità di percepirsi come un movimento unico e compatto e l’atteggiamento di chiusura ad altre contaminazioni, fatto assurdo per l’hiphop che nasce da proprio dalla contaminazione di stili, di molti dei protagonisti della “scena” di allora, sono tutti fattori che escono benissimo dalle parole dei protagonsti di Numero Zero, e che mio malgrado ho immediatamente riscontrato a fine proiezione (Trento, Teatro Sambapolis) essere ancora assolutamente presenti in chi ancora oggi si sente parte di quel movimento. Sono bastate 3 domande fatte da appassionati durante la serata per capire che alla fine erano più le attenzioni per le mancanze del film (l’assenza di interviste ad un personaggio chiave come Bassi Maestro per esempio) che per aspetti tecnici/distributivi/di storytelling messi in campo dal regista Enrico Bisi: un peccato perchè questo atteggiamento dimostra ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno, quanto al rap interessa parlare del rap: quanto l’hiphop sia un movimento che si autocelebra e autofagocita e che si rende spesso inaccessibile a persone che se ne vorrebbero avvicinare ma che sono spaventate proprio da questo suo atteggiamento di base. E lo dice uno che ne ha fatto parte e che lo segue con attenzione tutt’oggi.

Spacca più uno o spacca più l’altro?”, molte delle questioni dell’hiphop si fermano qui ed ho purtroppo potuto constatare come dopo tutti questi anni di esistenza del movimento, si sia ancora fermi lì alle solite questioni. E proprio per questo allora il docu-film di di Bisi assume ancora più importanza: perchè attraverso la voce di chi ha raggiunto la giusta consapevolezza, smaschera tutta la scena, la mette a nudo per evidenziarne non solo la forza, ma anche le incessanti debolezze, che come dimostrato sono ancora fortemente presenti.

“Quel che rimane è quel che rimane, ma di quel che rimane in quanti sono distratti? Ma di quel che rimane in quanti ne escono intatti?”, rimava così Fabri Fibra nell’ultimo disco dei Sottotono, poi scioltisi, ed è forse questa la domanda che aleggia per tutto il film: cosa è rimasto, e di quanto ci siamo spostati da quel numero zero?
A chi prenderà in mano ora la scena l’ardua sentenza, con uno strumento in più a disposizione per capire davvero da dove veniamo e dove andiamo, noi dell’hiphop. Appunto.

@lucamich23

PS: Sono stati anni magici, riviverli per 90 minuti è stato impagabile.

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Quali sono i migliori album del 2015?

pubblicato da: luca - 16 gennaio, 2016 @ 3:50 pm

Uno dei motivi per cui apprezzo questo periodo dell’anno è sicuramente quello delle classifiche, dei resoconti, delle milestones: tradizione che in ambito musicale, mi piace portare avanti ancora oggi con la mia personale classifica. E allora eccoli i 15 album che più mi hanno emozionato quest’anno e che più, a mio parere, hanno avuto qualcosa da dire nell’uderground musicale. Il 2015 è stato l’anno del ritorno prepotente della blackness, grazie a Kendrick Lamar, D’Angelo, Kamasi Washington e tutta una serie di rapper che hanno scritto album importanti che saranno ricordati anche negli anni a venire. Un po’ di stanca invece l’ha accusata l’ambito elettronico con davvero poche pietre miliari, tra le quali pero ne spiccano anche di italiane. La classifica la trovate qui sopra, mentre di seguito sono elencate le motivazioni dietro alla scelta di ogni album. Buona lettura e buoni ascolti (qui potete ascoltare le migliori tracce mixate tra loro). Luke

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  1. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly
    E’ stato senza dubbio il disco più importante dell’anno, quello che ha segnato il ritorno ad un rap nel quale è più il contenuto (forte, riflessivo, grondante blackness) a contare rispetto alla forma (comunque sublime e fatta di jazz, hiphop e funk in egual misura). Si è detto tanto di questo disco, le parole più belle però le ha scritte pitchfork: it’s not just the album of the year: its the voice of a moment in time. E’ il linguaggio del nostro tempo e una riflessione su dove stiamo andando. Se poi lo metti in rima su basi di Kamasi Washingthon, Flyinf Lotus, Thundercat e vendi pure milioni di dischi, hai fatto bingo in ogni senso. Signori, Kendrick Lamar, il re dell’hiphop di oggi.2.D’Angelo and The Vanguards – The Black Messiah
    A mo’ di Messia, D’angelo è tornato ad incidere un disco a 15 anni dalla pietra miliare dell’R&B “Voodoo” e lo ha fatto chiamando con se musicisti impressionanti tra i quali anche George Clinton che apre le danze con i suoi cori alla Parliament. Black Messiah è la sintesi di 30 anni di musica nera, il disco da far ascoltare a chi voglia scoprire le facce musicali di un popolo che la musica l’ha rivoluzionata per sempre. Semplicemente perfetto.

    3. Maribou State – Portraits
    Disco passato ampiamente sottotraccia, acquistato dal sottoscritto a scatola chiusa perchè gli inglese Maribou State sono una garanzia nel campo dell’elettronica soul. Voci calde, beat derivati vagamente dalla house music più soul, echi e riverberi da musica da camera, bassoni da dancefloor, c’è tutto ed è il miglior disco di musica elettronica di quest’anno

    4. Jamie XX – In Colours
    Questo disco rappresenta il 2015 meglio di ogni altro: contiene citazioni alla musica dance anni ’80, voci ghospel afroamericane (The Persuasions), cita la scena black newyorkese come quella rave inglese, fonde campioni a parti suonate come un disco rap ma è di fatto un disco house: piace ai tamarri ed ai cultori dell’underground…e fa ballare tutti. Jamie XX è stato IL nome del 2015, per le strade di New York ad agosto oltre al suo temporary store campeggiavano manifesti ovunque con la scritta “I know, there is gonna be a good time”…promessa mantenuta Jamie.

    5. A$asp Rocky – Alla
    Ecco un disco che non avrei mai pensato di vedere in una mia classifica. Asap è passato però dall’essere un rapper da classifica ad un liricista capace di far riflettere sulla condizione degli afroamericani di oggi, piazzando comunque i suoi pezzi al primo posto su Spotify. A produrlo e a dare quell’inconfondibile e calda pasta sonora blues, nientemeno che Danger Mouse e si sente…già a partire dal primo pezzo “Holy Ghost”…capolavoro

    6.Jack Garratt – Sinesthesya EP
    E’ il Chet Faker dell’anno: una voce piena, calda, un soul elettronico deciso che esalta con la profondità dei bassi e gli arrangiamenti post-dubstep super curati. E’ una piccola gemma dal sottosuolo fatta di sole 5, ma indimenticabili, tracce. Perla rara.

    7.Godblesscomputers – Plush and Safe
    Lorenzo Nada ha il pregio di avere davvero chiaro in testa il suono che intende costruire e le emozioni che vuole trasmettere: ogni suo album è un progetto curato in ogni suono, per sottrazione. Questo però è il suo disco migliore, quello che mi ha fatto piangere sotto al palco dello Spring Attitude a Roma e che mi ricorda sempre quanto siano vicine le scene della bass music e quella beat. Una pasta sonora unica, emozionante e soprattutto personale.

    8.Lapalux -Lustmore
    Lapalux è un producer parigino che negli ultimi 4 anni si è distinto per aver prodotto musica elettronica post dubstep estremamente raffinata, lo si può intuire anche dalla copertina. Con When you are gone aveva quasi lanciato uno standard produttivo con le voci pitchate su ritmi lentissimi e beat pieni…poi ha deciso di regredire con Nostalchic, salvo recuperare con quest’ultimo album dove compare anche la voce di Andreya Tiriana ed un gusto per i pezzi vicino a quello di Bonobo. Ben tornato.

    9. Ta-Ku – Songs to Make Up to
    Seguito di Songs to Break up to, il disco del producer australiano Taku porta la scena beat verso un approccio soul estremamente interessante dove tracce di piano e linea di basso melodico esplodono all’improvviso grazie a beat degni del miglior Dilla a cui il nostro da sempre si ispira. Il disco ideale per svoltare la domenica pomeriggio e far vibrare le pareti di casa di negritudine.

10. Drake – If you are reading this is too late
Per motivi diversi, di forma Drake e di contenuto Kendrick Lamar, sono stati i due rapper sulla bocca di tutti quest’anno. Drake ha praticamente creato un nuovo modi rappare su basi lentissime, super paracule e di una semplicità e superficialità disarmante. Eppure questo disco ha stile. E poi lo puoi mettere nelle situazioni più scabrose sentendoti una “Leggenda”. Immancabile nella top 10. E me ne vergogno anche un po’.

11. Mecna – Laska
Entra in classifica rapper italiano che di italiano ha solo la voce, per il resto tutti i riferimenti musicali sono assimilabili alla scena post dub-step e alle interpretazioni post R&B di Drake. Lui è di fatto il drake italiano, ma nei testi non ce n’è per nessuno, qui l’abilità di storytelling è unica, complessa e stratificata. Un hipster a cui il rap riesce davvero bene.

12. Ghostface & Bad Bad Not Good – Sour Soul
E’ il disco più wu-tang che un membro dei wu-tang (il più prolifico in assoluto) abbia mai prodotto dai tempi di Wu-Tang Forever: è pura dinamite unita a storytelling da strada. Beat pieni, basi soulfood grazie ai tocchi jazz del trio BBNG che è quanto di meglio sia accaduto al rap dopo la venuta sulla terra di Kendrick Lamar. Disco stupendo gustato percorrendo le strade di Harlem in un’estate davvero soul oltreoceano. Must have.

13. Kamasi Washingthon – The Epic
E’ un disco che non dovrebbe esistere nel 2015: tre ore di Jazz tra Sun-Ra e John Coltrane con l’aggiunta di un’epica estremamente cinematografica, del basso elettrico di Thundercat e di voci femminili ad accompagnare l’ascoltatore in un viaggio epico appunto, che nonostante la lunghezza non stufa mai, ed anzi, aiuta a capire tanta musica di oggi. E’ Kamasi uno dei produttori dietro al successo di To pimp a butterfly…e basta sentirlo suonare il Sax per capire il perchè.

14. Flako – Natureboy
Flako è sempre stato uno dei beatmaker più interessanti dell’etichetta tedesca Project Mooncircle (quella di Robot Koch per capirci) e qui lo dimostra staccandosi dall’esempio ma anche dall’ombra di Dilla (il predente Mesetekt ne era un’omaggio), per affrontare una strada ricca di spunti, synth e beat grassi. Il pezzo su “icaro” (ascoltabile nella mia playlist Coffee Cable) è tra i pezzi dell’anno.

15. Vince Staples – Summertime 06
Oltre a Tyler the creator, Earl Sweatshirt e Frank Ocean, la crew los angelena Odd Future, è riuscita a sfornare un altro rapper dalle doti metriche impressionanti. Il suo nome è Vince Staples, le basi su cui rappa sono cupe e sincopate, i ritornelli sono sempre abbozzati più che compiuti, i campioni sono estremamente intelligenti ed il mood generale è da rap dei primi anni zero. Un disco per cultori del rap che perde il confronto con Asap Rocky solo per l’inferiore musicalità.

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Che cosa sono “Gli increati” di Antonio Moresco?

pubblicato da: luca - 16 gennaio, 2016 @ 3:48 pm

E come si fa? Come si fa a recensire un libro di Antonio Moresco, lo scrittore più ingnorato e sottovalutato del nostro tempo, colui che ha cantato del caos, esordito con un’illuminazione e che ha scritto posseduto dalla parola, la materia stessa di cui è fatta la letteratura, per oltre trent’anni per capire che ciò che ha creato in qualche modo doveva essere in-creato, creato all’interno del creato ed allo stesso tempo in-creato, in qualche modo cancellato, che ciò che è creato (tutto il creato) contiene al suo interno i semi dell’increato? Ce n’è per perdere già ora il filo del discorso, immaginatevi dopo 1000 pagine a ragionare su questo tema.

No la letteratura di Moresco non si può recensire, se ne può solo essere rapiti o schifati, non la si può sfiorare, costeggiare, la si deve comunque e ovunque prendere di petto, in maniera forte, razionale quanto viscerale. E’ un tipo di scrittura che trascina in un vortice di personaggi creati (in-creati) da una mente che è chiaramente superiore, in grado di tessere trame, connessioni e visioni che vanno oltre il comune pensare persino in termini di spazio e tempo. E allora è davvero difficile dire di che cosa parla un suo libro (benchè internazionale ci abbia provato a tratti riuscendoci in questo articolo molto ben scritto) , quali temi affronta perchè infondo dentro ad ogni suo scritto ci siamo noi, l’uomo, il cosmo, i nostri sogni, le nostre paranoie, le nostre (in)creazioni. Increazioni che non vengono mai raccontate linearmente perchè ogni canto, ogni brano sembra auto-generarsi organicamente a partire dal precedente per discostarsene.

Gli increati è un libro fisico, di oltre mille pagine, che termina il percorso di riflessione sul mondo-uomo iniziato più di trent’anni fa con “Gli Esordi” edito da Feltrinelli e poi proseguito con i 3 libri dei Canti Del Caos, romanzi che vengono definiti tali solo per mancanza di ulteriori termini in letteratura che possano descrivere con un termine unico, la materia letteraria dell’artista mantovano (ma domiciliato a Milano). Antonio i suoi romanzi li definisce “magneti“, perchè attraggono, sono concentrici, trascinano pensieri e parole a mò di vortice che tutto alla fine fagocita, ingloba, cancella.

Gli increati prende forma da una visione, dalla voglia di raccontare il nostro mondo attraverso personaggi-sogno, personaggi-canti che rappresentano paure, tendenze ed espressioni dell’essere umano. E’ un romanzo pornografico perchè mette a nudo e violenta ogni certezza di chi si appresta a leggerlo. E’ un romanzo mondo che completa un percorso di in-creazione, di oltre-vita, portato  avanti dall’autore fin dalla prima stesura degli esordi. All’interno appaiono molti personaggi e temi trattati nei romanzi di Moresco, dai Canti ovviamente agli Esordi passando per la lucina, la parete di luce e ancora per Clandestinità e La Cipolla.  La scrittura di Moresco è una specie di enorme inscrivibile biografia nella quale personaggi, ricordi, accadimenti lasciano lo spazio alla vionarietà della scrittura stessa che ad ogni pagina porta il lettore a spostarsi continuamente tra piani di realtà e di narrazione.

Impossibile francamente che venga letto da chi non si è mai avvicinato alla sua scrittura, ai suoi lavori, impossibile delinearne i caratteri: è un libro ostico, a tratti difficilmente accessibile a partire dal titolo che supera i concetti di vita e di morte, che per Moresco esistono nel tempo a parti invertite, ovvero la morte viene prima della vita e la vita accade dentro la morte, prima dell’increazione, qualcosa di impensabile ed inconoscibile dallo stesso creatore che è anche increatore e distruttore allo stesso tempo. E’ un libro che potrebbe tranquillamente essere preso come testo filosofico perchè dà un’interpretazione della vita e della scrittura stessa, mai data in precedenza.

Moresco questo lo sa, lo cavalca, lo propone, avverte, chiede di allontanarsi se non si è pronti a lanciarsi in un vortice di parole creazioniste che però sono anche in-creazioniste. Insomma un libro importante, forse irripetibile, che sarebbe potuto terminare in meno della metà delle pagine ma che si è spinto oltre le mille a causa di una possessione da parte della parola stessa, e che se fosse terminato prima, non avrebbe permesso forse di entrare in quel vortice, in quel magnete, che il libro di fatto è.
L’opera è finita, creatore, increatore, distruttore non ci sono più, rimane solo l’increato.

Ci ho messo 8 mesi ad arrivare fino a qui, ai confini dell’increato, mi ci vorrà una vita per dimenticarlo o per tornarci. E, giuro, voglio fare entrambe le cose.

Luke
@lucamich23

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I migliori dischi del 2014 – compiled by Luke

pubblicato da: luca - 13 dicembre, 2014 @ 4:19 pm

Tradizione/tentazione dura a morire quella di compilare la classifica dei migliori dischi dell’anno. E dopo un 2014 in grado di regalare diverse perle, soprattutto in ambito elettronico/R’n’b e da parte di artisti emergenti (sono ben 7 sui 15 artisti scelti…) è con una buona dose di auto-compiacimento che posto la mia classifica personale basata come al solito su: emozioni suscitate, grado di innovazione, groove. Con un rapido commento per ogni disco. #goodvibes

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1. Sohn – Tremors
Armato di tastiera e di una voce di una bellezza disarmante, Sohn ha esordito con un disco soul capace di emozionare ad ogni nota, prendendo le distanze musicalmente dal chiaro riferimento James Blake, grazie all’inserimento di loop vocali (i propri) inediti nel genere elettronico-emozionale. La sua voce che echeggia tra le mura di Castelbuono durante l’Ypsirock14 rimane l’highlight personale del 2014.
2. FKA Twigs – LP1
Lei dice di approcciarsi alla musica R’n’b con fare punk, inteso come capacità di sovvertire regole schemi. Ne esce un oggetto musicale non identificato che è difficile togliere dall’impianto. Estensione vocale stordente, ritmi sincopati, silenzi e lamenti. Testi sbroccati e spinti. Benvenuti nel 3000.
3. Taylor McFerrin – Early Riser
Groove quest’anno può essere tradotto con il nome del nuovo adepto di Flying Lotus che, coadiuvato musicalmente da Thundercat e dai suoi bassi, sforna un album d’esordio strumentale leggero e poetico nel solco della tradizione jazz-soul di derivazione Coltraine. Anche qui un suono mai sentito prima, eppure citazionista.
4. Christian Loeffler – Young Alaska
Bastano 2 note per capire con chi si ha a che fare: un pianista norvegese con la fissa della house music ma con una chiave di lettura bass. Si può solo ballarlo e perdersi con la mente nei suoi paesaggi.
5. Fatima – Yellow Memories
Nonostante la più brutta copertina dell’anno, questa è l’uscita più sorprendente. Su produzioni di Oh No, Scoop Deville, Floting Points e Compute Jay, l’esordiente soul singer Fatima riesce a sfoderare un’ecletticità unica cavalcando beat club, veleggiando su ballate soul e sprigionando una grinta funk degna di una chour singer anni 60. Magica.
6. Illum Sphere – Ghost of then and now
Ninjatune si è giocata una delle sue carte migliori già a febbraio ed il fatto di averlo ancora in heavy rotation da allora, significa davvero che i fantasmi del titolo sono destinati a rimanere nel tempo nelle casse. Producer che fonde techno, bass music ed elettronica emozionale amalgamando il tutto in maniera soffusa ed elegante. Qui per rimanerci.
7. Caribou – Our Love
E’ il massimo esempio di commistione riuscita tra house e bass music. Il tutto condensato in un disco fatto per ballare, viaggiare, stare bene. Inaspettato.
8. SBTRKT –  Wonder where we land
SBTRKT non stupisce più come all’esordio: la formula è consolidata, così come il sodalizio con il fedele Sampa: ma che cura per produzioni e cantati, con la voglia di aggiungere qualcosa al repertorio (c’è anche del rap/grime), il mascherato porta ancora uno step più in là la sua ricerca musicale. Apprezziamo.
9. Alex Banks – Illuminate
E’ un disco che sarebbe tranquillamente potuto finire primo…se solo non fosse troppo debitore al lavoro di Jon Hopkyns e quindi suoni un po’ troppo derivativo. Magnificente, storyteller, stratificato. Sono riuscito nell’impresa di piazzargli 8 dischi davanti. Il che dice solo della qualità della musica uscita quest’anno.
10. Darkside – Psychic
E’ uscito negli ultimissimi giorni del 2013 forse per sottolineare la sua crepuscolarità. Disco unico nel panorama elettronico mondiale che prende le mosse da Dark Side of The Moon richiamandone tempi e psichedelia. Dal vivo è un’esperienza totalizzante ed avvolgente. Credo che anche Gilmoure ringrazi.
11. Godblesscomputers – Veleno EP
L’elettronica di Lorenzo Nada non ha eguali nè in Italia nè in Europa: deve molto al suono berlinese di casa Mooncircle ma aggiunge una personalissima visione degli elementi naturali. Sabbia, acqua, legno e nebbia entrano prepotentemente a rendere organica l’elettronica di oggi. Un merito non da poco.
12. Alias – Pitch Black Prism
Se riuscite oggi a trovare un producer di musica hiphop d’avangiardia (anticon) in grado di rimanere se stesso (vedi l’incisivo featuring con Doseone) ma di aggiornarsi e suonare come i migliori producer di bass music europea senza perdere l’approccio ai bassi della doppia H, fatemi un fischio. Immarcescibile.
13. Chet Faker – Built on Glass
Tecnicamente è il suo primo album ufficiale. Nella pratica il secondo. Mette i piedi uno spettacolare blues che strizza l’occhio al folk-pop americano. E’ australiano e ha una voce che non si sente spesso in giro. Difficile non innamorarsi di questo disco, o con questo disco.
14. Run the Jewels – RTJ2
Secondo capitolo per la collaborazione tra Killer Mike ed El-P, ovvero il producer e rapper che dopo aver cambiato la storia dell’hiphop con i Company Flow e con la DefJux, continua il suo percorso di distruzione e ricostruzione degli stilemi del rap americano. Un monumento vivente, un disco aggressivo e incazzato come pochi altri nel genere, basi e rap di livello inarrivabile per qualsiasi altro rapper la fuori. Bentornato 2o02 (Fantastic Damage).
15. Chrome Sparks – Gooddes
Elettronica da viaggio, da viaggi, per i viaggi. Suoni che fanno stare bene sull’asse Londra-Berlino-Australia. Una perla dall’etichetta che ci ha regalato Chet Faker. Future sound.

Luke
@lucamich23

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Il vero Noé lo racconta Aronofsky

pubblicato da: luca - 12 aprile, 2014 @ 12:41 am

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Che Darren Aronofsky fosse un regista capace di arricchire le sue storie con un ultra-realismo con pochi uguali ad Hollywood, è cosa nota ai suoi estimatori. Già con “Pigreco il Teorema del Delirio” la fisicità superiore dei personaggi, unità alla profondità psicologica e concettuale del plot, Aron aveva dato prova di avere una sensibilità altra, fuori dal comune.

Con Noah, film ad altissimo budget ed altrettanto alte aspettatve, lo attendeva la prova più dura: quella del colossal, con cui tanti grandi registi indipendenti prima o poi hanno (ahimè) fatto i conti facendone le spese in credibilità e consistenza (l’ultimo a memoria: Neill Blomkamp con il suo bolso e sopravvalutato Elysium dopo la prova straripante a basso budget che aveva scodellato con District 9), era lecito aspettarsi un’interpretazione tutta sua del Noé biblico e del diluvio universale, e così è stato. Spiazza un po’ l’ipotesi fantascentifica e la scelta di ambientare le vicende in un locus ameno, al di fuori di spazio e tempo con unico riferimento certo la Terra…di oggi, di domani, di ieri, non è dato sapere. Spiazza ma arricchisce la storia di elementi stranianti che danno un iniziale senso di disagio e spaesamento che servirà ad Arofnosky per farci dimenticare la storia che conosciamo ed entrare nella sua, quella dove solo una parte di ciò che sappiamo è già scritta. Qui non siamo nell’antico testamento, siamo all’interno dell’essenza umana stessa: stiamo esplorando attraverso i dubbi struggenti di Noè, la dicotomia bene/male, amore/odio, in modo forse non inedito ma sicuramente efficace, fisico, corporale e soprattutto pensato.

noah-imgNoé non è un uomo buono, nessun uomo è stato creato per esserlo, così come Dio non è vendicativo in quanto tale, sono le scelte che entrambi devono affrontare per prendere il proprio posto all’interno dell’Universo, a determinare da che parte far pendere l’ago della bilancia: se a favore dell’amore o a favore dell’odio, che sono poi due facce della stessa medaglia, come dimostra benissimo la scena clou del film in cui Noé dovrà compiere una scelta che sfugge alla facile etichettatura di giusto o sbagliato in assoluto.

Aronofsky ci racconta tutto questo con il suo stile inconfondibile, forse più patinato del solito, forse non padroneggiando ancora a pieno un genere con il quale torna a cimentarsi in maniera molto più magnificiente e attesa rispetto a quanto fatto nel psico-fantasy “The Fountain“, ma sempre mettendoci il suo marchio, quello di un Caino che rifiuta di commercializzare totalmente la propria arte e vuole rimanere autoriale, nelle scelte di regia (vogliamo citare lo splendido stop-motion da cineteca che narrà l’evoluzione della terra?), nella fotografia e nella fisicità dei suoi personaggi. Lo dimostra d’altra parte anche la volontà di pubblicare una Graphic Novel (in Italia edita naturalmente da Panini) basata sulla sceneggiatura del film stesso rendendo di fatto l’opera cross-mediale.

noah-film-di-darren-aronofsky-arca-noèMa no, Noah non è il suo film migliore e non è probailmente un colossal. E’ un film rifiutato dal mondo mussulmano, discusso dal clero ma non ha la portata dirompente di un’opera alla Lars Von Trier nè la voglia di rischiare come un Requiem For a Dream dello stesso regista.
E’ però un film che sceglie di metterci davanti a diversi punti di vista, di farci capire quanto siano le scelte che l’uomo compie a renderlo ciò che è. Un film che com’è usanza del regista, parla di ossessioni e domande ambigue per le quali non esiste una risposta univoca. E scusate se è poco. Mostri di pietra a parte.

Voto 7

Luke

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Doin’ it in the park: racconti dalle strade di New York

pubblicato da: luca - 25 febbraio, 2014 @ 11:51 pm

a2Probabilmente non tutti coloro che avranno voglia di leggere queste righe, familiarizzano con nomi quali Pee Wee Kirkland, Fly Williams, Corey Homicide Williams, Smush Parker, Earl The Goat Manigault.
Si tratta di b-ballers, di giocatori di pallacanestro che hanno fatto la storia del gioco non esattamente, o meglio non sempre, su parquet prestigiosi delle leghe pro, bensì sui campi che contano maggiormente per la comunità afro-americana: quelli di asfalto e cemento di New York, dove la pallacanestro da sempre è THE CITY GAME (ed il seminale libro omonimo di Pete Axhelm ne spiega bene il perchè). La letteratura e la filmografia sull’argomento non è poi così scarsa al giorno d’oggi e anche chi non è cresciuto a palla a spicchi e “black jesus” (il “the city game” italico scritto dall’immenso Federico Buffa) o American Super Basket ed i suoi inserti “on the road”, ha oggi comunque la possibilità di approfondire un bel po’ l’argomento grazie a film come il biografico “Rebound” che racconta la storia di Earl “The Goat” Manigault, uno dei più forti giocatori di sempre a detta di tutti quelli che sulla strada gli hanno dato battaglia (Kareem Abdul Jabbar in testa) ed a cui oggi è intitolato un campo a New York sul quale ho avuto tra l’altro la fortuna di poter giocare nel 2011, al fondamentale “He got Game” di Spike Lee ma anche grazie a tutti gli And1 Mixtapes usciti negli anni ’90 e recuperabili oggi su youtube. Dal lato bibliografico ci hanno poi pensato in Italia appassionati e profondi conoscitori dello street game con Cristian Giordano con “The Lost Souls” e Daniele Vecchi con “Playground Stories” a colmare le lacune che per forza di cose il nostro paese ha sul basket street a stelle e strisce (le strisce verdi e nere però, quelle della bandiera afro-americana).

doin-it-in-the-park-smRisale però a questi primi mesi del 2014 uno dei documenti più importanti e significativi pubblicati sull’argomento: DOIN’IT IN THE PARK: pick up basketball in New York City, documentario sul basket di strada realizzato dalla summa autorità in merito: Bobbito Garcia, già autore del seminale libro (è stato in assoluto il primo sull’argomento) “Where did ou get those?” pubblicazione che ha contribuito a diffondere e documentare il mito delle sneakers così come oggi lo conosciamo (ed indossiamo) tutti noi, ballers o non ballers. Bobbito assieme al fido compare Kevin Couliau si è messo in testa di fare ciò che sa fare meglio: armarsi di sneakers e pallone a spicchi e girare più di 180 campetti della città del basket per eccellenza. Da Harlem al Queens, passando per Brooklyn, Manhattan e perfino per Staten Island: 2 palleggi in ogni campo considerato di riferimento per la street culture a raccogliere tendenze, testimonianze e regole non scritte di quella che è la forma più naturale e vera del gioco inventato da James Naismith a fine ‘800, il pick-up game, quello che nasce spontaneamente formando 2 squadre di 3/4 o 5 uomini per parte e dà il là a partite dove a contare sono prima di tutto l’onore ed il rispetto che ognuno deve sapersi conquistare sul campo, soprattutto nelle situazioni infinite di one on one, di uno contro uno. “No fucking zone, no shit like that, only one on one, chest to chest basketball” come dice nel documentario Pee Wee Kirkland, uno che per quello che narrano le leggende di strada, bisognerebbe venerare come si è venerato il culto di MJ: “niente zona, niente merdate simili: solo uno contro uno, petto contro petto, questo è lo street basket”.

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80 minuti di pura estasi cestistica conditi da pezzi hiphop selectati direttamente dalla collezione di dischi di Bobbito, tra le altre cose DJ della prima ora che con i suoi mixtape (quelli originali, impressi su musicassetta) negli anni 90 ha contribuito significativamente alla diffusione prima ed al successo poi di gruppi quali Wu-Tang Clan, Gangstarr, Jurassic 5.
80 minuti per sognare le strade americane e le sue partite infuocate, per conoscere meglio gli imprescindibili Holocombe Rucker Park (155th street ad Harlem), Goat (Harlem), The Cage a West 4th street (The Village), e ancora Soul i the Hole, Dycman Park e molti altri campi considerati i templi del basket di strada. Ma c’è spazio anche per note di colore quali i giochi più praticati in assenza di possibilità di giocare una vera e propria partita, quindi il celebre Horse o il 21, e gli outfits perfetti per evitare di rendersi ridicoli sul campo (evitare accuratamente canotte di team nba e completi interi, pena la perdita totale della street credibility e del rispetto della comunità).

Un trattato di cultura black e sportiva che vale davvero la pena di recuperare e studiare. Che siate già padroni della materia o neofiti. Perchè “puoi giocare nell’nba per 15 anni, al college per 4, nella tua squadretta per 20, ma giocherai al campetto per sempre, finchè le membra ti reggeranno”.

#doinitinthepark: un must have. You know what I’m saying?
Acquistabile qui: @hhv.de

Luke

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“LadyE” mixtape: musica per combattere la pioggia

pubblicato da: luca - 2 febbraio, 2014 @ 7:53 pm

In una giornata uggiosa come quella di oggi, domenica 2 febbraio, ho pensato di mettermi sui miei piatti e comporre un mixtape muovedomi caleidoscopicamente tra le varie sfumature della musica elettronica contemporanea: nell’area grigia (come il cielo di oggi) tra post dub-step, post R&B, hiphop, electro soul e house. 1 ora e 20 di musica la cui matrice prima può essere sempre e solo quella black, pur non sembrandolo, a volte.

Buon ascolto, in streaming o un download (cliccando sul bottoncino apposito su soundcloud).
Più sotto trovate la tracklist completa.

Ultraista – Smalltalk (Four Tet remix)
Axel Boman – Hello
Four Tet – Buchla
Disclosure feat Sam Smith – Latch
Machinedrum – Gunshotta
Machinedrum – Rise N Fall
Flume - Sleepeless
Birdy Nam Nam – Cadillac Dream
Shlohmo – Put it
Rain Dog - Broken
Burial – Come down to us
Flume + Chet Facker – Drop the game
Frank Ocean – Pyramids
Hot Chip – Look at where you are
RJD2 feat Aaron Livingston – Love and go
The Roots 4 JDilla - Look into her eyes

Luke

 

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Il cinema ai tempi dei “figli di mezzo della storia”

pubblicato da: luca - 30 gennaio, 2014 @ 8:18 pm

tyler_durden“Siamo i figli di mezzo della storia” diceva Tyler Durden nel film che ha reso David Fincher un regista di culto per molti della mia generazione (nati negli anni 80). “Non abbiamo nè uno scopo nè un posto, non abbiamo la grande guerra nè la grande depressione, la nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star…” Lo diceva la pellicola ormai di culto che va sotto il nome di Fight Club, saccheggiata da dischi rap, remixata e rielaborata miriade di volte, tante da diventare manifesto di quella che è appunto una generazione senza grosse direzioni se non quelle dettate da pubblicità, telegiornali, messaggi mass mediatici.
Allora il film metteva in bocca a Brad Pitt una realtà post consumismo 80’s che non lasciava intrevedere niente di buono per l’immediato futuro. Lo faceva come monito, come memento al suono di un grido in stile “svegliatevi dormienti”, che se risuonato nella maniera giusta avrebbe potuto in qualche modo risultare salvifico.

the-bling-ring-whysoblu-6E’ passato qualche anno dall’uscita di quel film, così come dal diverso, ma per certi versi accomunabile Trainspotting, e  nel 2013 in sala troviamo pellicole (sigh, sono pure diventate digitali nel frattempo) che parlano delle conseguenze del mancato ascolto di quel messaggio…la generazione X è diventata Y: i riferimenti televisivi sono diventati non più solo i divi del cinema e le rock star, ma tutti coloro che dall’essere nessuno sono passati ad essere celebrità senza sapere bene come e senza avere alcun talento. Semplicemente televizzando se stessi. I riferimenti siamo diventati noi stessi grazie ai reality prima e ai social network poi. L’apparire è diventato imperante, l’essere solo se condivisi e auto-promossi è diventato lo status quo senza che ce ne accorgessimo. Con un effetto devastante su quella generazione e su quella immediatamente successiva, che in mancanza di grandi guerre o depressioni, ha deciso di autofagocitare se stessa.

Spring-Breakers-selena-gomez-33260560-1500-1372Parlano di questo 2 film usciti nel 2013 e mi troppo chiacchierati in Italia, se non dagli amanti del cinema fatto in un certo modo: The Bling Ring di Sophia Coppola e The Spring Breaker di Harmony Korine. Sono due film diversi nella realizzazione sia da un punto di vista puramente visiva che di narrazione, più asciutto e freddo il primo, più musicale, frenetico e cromatico il secondo; ma che parlano entrambi di quella generazione di cui sopra, in particolare della sua de-generazione.
Prendete i riferimenti distorti comunicati loro malgrado dai rapper afroamericani più commerciali, conditeli con una cromia caleidoscopica, potenziateli con i pezzi dub-step ed hiphop più tamarri del momento (sì, Skrillex abbonda nella OST  nel caso ve lo state chiedendo), metteteci alla recitazione icone pop prese direttamente dai programmi per ragazzi di Walt Disney e suonate un lento di Britney Spears come se fosse l’ultimo pezzo che sentirete in vita vostra: avrete The Spring Breaker: il film più spiazzante, reale ed attuale su ciò che siamo diventati. Ora pensate a facebook come ad un gioco reale, un apparire non solo virtuale ma fisico, aggiungete Emma Watson a capo di una banda di ladruncoli da strapazzo iperinformati sui vestiti delle celbrità ed in grado di girarsi Beverly Hills rubando gli stessi vestiti di villa in villa: avrete The bling Ring, che per altro è una storia vera.

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Morte dei valori? Generazione bruciata che manco James Dean? Esagerazioni contemporanee? A chi ha capacità di analisi la sentenza. Di certo 2 film di grande spessore, dal ritmo quasi opposto: veloce e in stile video clip, con piani sequenza mozzafiato quello di Korine, lento, sornione ed estremamente dub-step per i suoi silenzi e stralunatezza quello della Coppola; uniti dalla disarmante capacità di catturare le storture moderne, quelle che sono post industriali, post capitalismo, post moderne, post tutto e che perciò non sono niente.

E se tutto è post possiamo davvero dire di essere qualcosa di attuale? La risposta a due film coraggiosi quanto “naturali”. Due fotografie speculari che raccontano cosa è andato storto da Tyler Durden in avanti. Parecchia roba.

Luke

 

 

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Luke’s awards 2013 – best music

pubblicato da: luca - 22 dicembre, 2013 @ 4:50 pm

Come da tradizione ecco la mia personalissima classifica dei migliori album usciti nel 2013 tenendo conto di bellezza oggettiva (per quanto possibile) del disco, grado di innovazione e sopratutto emozioni trasmesse. Questi sono, da sinistra a destra, i miei top 15…con una veloce motivazione pe ognuno.

classifica2013

 

1. Jon Hopkins – Immunity
E’ l’artista che mi ha emozionato di più nel 2013: lo storytelling applicato alla musica elettronica strumentale.
I suoi sono mondi e tessuti sonori in cui perdersi e ritrovarsi ogni 4 battute.
2. Bonobo – The North Borders
Bonobo prosegue il lavoro fatto con Black Sands fondendo etno music, trip hop, soul ed elettronica in un mix di suggestioni. E lo fa con la padronanza di un orchestrante gestendo voci, strumenti, campioni. Impressionante
3. Flume – Flume
Disco perfetto il suo, l’anello mancante tra post-dub step ed hiphop. Direttamente dall’Austrialia per aggiugere tasselli mancanti alla bass music europea.
4. James Blake – Overgrown
Una conferma su disco e una sorpresa totale live. Al Primavera di Barcellona ha stupito tutti non solo per la voce cristallina ma per i bassi più potenti di sempre.
5. Daft Punk – Random Access Memories
Dopo anni di silenzio il duo mascherato ha saputo catturare lo spirito del 2013 ed il ritorno alle sonorità anni ’80 che hanno caratterizzato quest’anno. Citazionista e futurista allo stesso tempo.
6. Shigeto – No better time then now
Sonorità totalmente nuove nel panorama elettronico grazie a ritmiche creative e mai scontate, interamente suonate con batteria analogica. Anche qui qualcosa di mai sentito prima.
7. Jose James – No beginning no End
Miglior voce black del piaeta con buona pace anche di Frank Ocean, disco impeccabile per Blue Note records. Il Jazz moderno ai massimi livelli.
8. Fat Freddy’s Drop – Blackbird
Molto più che una riconferma: un’evoluzione dal dub suonato a quello più club passando per il raggae e la deep-house. Un escursus su ciò che rappresenta la musica black per l’umanità.
9. Burial – Rival Dealer
Forse il disco più futurista uscito quest’anno: tra qualche anno sarà ricordato per aver dato il via ad un nuovo tipo di approccio alla musica elettronica. Vale tanto quanto il suo primo disco per carica innovativa
10. Earl Sweatshirt – Doris
Odd Future dopo Tyler the Creator (ottimo anche il suo Wolf), sforna questo artista dalle rime quasi troppo facili e strafottenti: un talento cristallino che riassume come si può rappare senza sforzo nel 2013. E soprattutto senza ritornelli. La cosa più simile ai Wu-Tang uscita dal 96 ad oggi. C’è pure la firma di RZA infatti.
11. Moderat – II
Il ritorno dei Modeselektor + Apparat regala synth di una potenza totale affiancati a melodie dolci e riappacificanti. L’elettronica al suo meglio. Di gran lunga superiore al suo predecessore.
12. Godblesscomputers – Freedom is ok
E’ l’elettronica più “liquida” che si possa sentire in questo momento: una fusione perfetta tra suoni analogici, digitali e celebrali. Unico italiano a tenere testa su LP ai grandi della musica bass contemporanea.
13. Tricky – False Idols
Ritorno soul e trip-hop per uno dei pesi massimi degli anni ’90, dando spazio ad una voce femminile (italiana) meravigliosa.
14. RJD2 – More is then isn’t
La dimostrazione di come si può essere ancora creativi, originali e groovosi campionando a piene mani. Un ritorno che fa tornare alla mente i tempi della Def Jux. Nostalgico ma nuovo.
15. Atoms for Peace – AMOK
Il disco più curato dell’anno: ogni suono è stato studiato alchemicamente per risuonare con il tormentato animo umano. Un disco che è tanto difficile da comprendere a pieno, quanto lo è smettere di analizzarlo.

Luke

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Diario di un’insurrezione – recensione

pubblicato da: luca - 29 settembre, 2013 @ 11:38 am

copj170.aspDa circa un anno la casa editrice Effigie di Milano ha deciso di dar voce su carta al collettivo di scrittori, saggisti, filosofi che hanno dato vita al portale culturale ilprimoamore.it (che racchiude nuovi scritti, pensieri, recensioni di autori come Antonio Moresco, Sergio Baratto, Tiziano Scarpa) . La collana che rende possibile l’incendiarsi di storie e saggi libertari, di sfondare barriere letterarie di genere e forzare il linguaggio in ottica creazionista è la collana “I fiammiferi” fatta di libercoli da un centinaio di pagine in grado di nobilitare la letteratura e la saggistica italiana portandola ad alti livelli di meta-riflessione.
Ne è un esempio lampante “Diario di un’insurrezione” di Sergio Baratto, un racconto personale ma collettivo della marcia che molti della mia generazione hanno portato avanti durante gli anni zero. Dai moti rivoltosi e dalle prese di coscienza post G8 di Genova, alle spaccature ideologiche forzate dai fatti dell’11 settembre per arrivare al senso di vuoto e devastazione lacerante lasciate dal berlusconismo sulla generazione anni 70/80. Baratto, saggista e zapatista, “cammina domandando” con noi attraverso gli anni 2000 portandoci al giorno d’oggi con la ferma volontà di darci una bussola per muoversi meglio in questi tempi complicati, dove non sono più le ideologie partitiche a dominare, non sono più nemmeno le logiche rivoluzionarie dato che anche lo stesso atto rivoluzionario non è più identificabile, perso nelle semplificazioni della contro-informazione e nei moti di piazza spesso alimentati dai poteri forti per screditarne il contenuto. La bussola che ci dà Baratto per muoverci in questi tempi allora è quella del buon senso, che è fatto prima di tutto di una riflessione e di un’opera non sul mondo esterno ma su se stessi, e si compone di elementi semplici ma dati troppo per scontato.

DISERTARE: sottrarsi, chiamarsi fuori dalle guerre combattute per noi da altri, da ciò che è imposto
SOLITUDINE INTERIORE e SILENZIO: in opposione alla continua necessità imposta di condividere, fare chiasso, essere sociali ad ogni costo
ELIMINARE LA TV: perchè niente di ciò che essa contiene è di per se irrinunciabile,
FARE ATTENZIONE: informarsi, confrontare, incrociare dati, situazioni, rimanere vigili e non lobotomizzati dall’informazione

Da un diario personale escono insegnamenti su come muoversi nel sottobosco delle ideologie, nell’aridità semantica, nei significati perduti di libertà e libertario, nel nostro tempo di cinico rifiuto di tutto come opposizione alla pochezza morale di chi ci governa. E’ un diario importante quello di Baratto, è davvero un fiammifero con cui accendere una lucina.
Il lettore attento e affamato ringrazia.

Per aquistarlo clicca qui: http://www.ibs.it/code/9788897648116/baratto-sergio/diario-insurrezione.html

Luke

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