Doin’ it in the park: racconti dalle strade di New York

pubblicato da: luca - 25 febbraio, 2014 @ 11:51 pm

a2Probabilmente non tutti coloro che avranno voglia di leggere queste righe, familiarizzano con nomi quali Pee Wee Kirkland, Fly Williams, Corey Homicide Williams, Smush Parker, Earl The Goat Manigault.
Si tratta di b-ballers, di giocatori di pallacanestro che hanno fatto la storia del gioco non esattamente, o meglio non sempre, su parquet prestigiosi delle leghe pro, bensì sui campi che contano maggiormente per la comunità afro-americana: quelli di asfalto e cemento di New York, dove la pallacanestro da sempre è THE CITY GAME (ed il seminale libro omonimo di Pete Axhelm ne spiega bene il perchè). La letteratura e la filmografia sull’argomento non è poi così scarsa al giorno d’oggi e anche chi non è cresciuto a palla a spicchi e “black jesus” (il “the city game” italico scritto dall’immenso Federico Buffa) o American Super Basket ed i suoi inserti “on the road”, ha oggi comunque la possibilità di approfondire un bel po’ l’argomento grazie a film come il biografico “Rebound” che racconta la storia di Earl “The Goat” Manigault, uno dei più forti giocatori di sempre a detta di tutti quelli che sulla strada gli hanno dato battaglia (Kareem Abdul Jabbar in testa) ed a cui oggi è intitolato un campo a New York sul quale ho avuto tra l’altro la fortuna di poter giocare nel 2011, al fondamentale “He got Game” di Spike Lee ma anche grazie a tutti gli And1 Mixtapes usciti negli anni ’90 e recuperabili oggi su youtube. Dal lato bibliografico ci hanno poi pensato in Italia appassionati e profondi conoscitori dello street game con Cristian Giordano con “The Lost Souls” e Daniele Vecchi con “Playground Stories” a colmare le lacune che per forza di cose il nostro paese ha sul basket street a stelle e strisce (le strisce verdi e nere però, quelle della bandiera afro-americana).

doin-it-in-the-park-smRisale però a questi primi mesi del 2014 uno dei documenti più importanti e significativi pubblicati sull’argomento: DOIN’IT IN THE PARK: pick up basketball in New York City, documentario sul basket di strada realizzato dalla summa autorità in merito: Bobbito Garcia, già autore del seminale libro (è stato in assoluto il primo sull’argomento) “Where did ou get those?” pubblicazione che ha contribuito a diffondere e documentare il mito delle sneakers così come oggi lo conosciamo (ed indossiamo) tutti noi, ballers o non ballers. Bobbito assieme al fido compare Kevin Couliau si è messo in testa di fare ciò che sa fare meglio: armarsi di sneakers e pallone a spicchi e girare più di 180 campetti della città del basket per eccellenza. Da Harlem al Queens, passando per Brooklyn, Manhattan e perfino per Staten Island: 2 palleggi in ogni campo considerato di riferimento per la street culture a raccogliere tendenze, testimonianze e regole non scritte di quella che è la forma più naturale e vera del gioco inventato da James Naismith a fine ‘800, il pick-up game, quello che nasce spontaneamente formando 2 squadre di 3/4 o 5 uomini per parte e dà il là a partite dove a contare sono prima di tutto l’onore ed il rispetto che ognuno deve sapersi conquistare sul campo, soprattutto nelle situazioni infinite di one on one, di uno contro uno. “No fucking zone, no shit like that, only one on one, chest to chest basketball” come dice nel documentario Pee Wee Kirkland, uno che per quello che narrano le leggende di strada, bisognerebbe venerare come si è venerato il culto di MJ: “niente zona, niente merdate simili: solo uno contro uno, petto contro petto, questo è lo street basket”.

   282027701_640

80 minuti di pura estasi cestistica conditi da pezzi hiphop selectati direttamente dalla collezione di dischi di Bobbito, tra le altre cose DJ della prima ora che con i suoi mixtape (quelli originali, impressi su musicassetta) negli anni 90 ha contribuito significativamente alla diffusione prima ed al successo poi di gruppi quali Wu-Tang Clan, Gangstarr, Jurassic 5.
80 minuti per sognare le strade americane e le sue partite infuocate, per conoscere meglio gli imprescindibili Holocombe Rucker Park (155th street ad Harlem), Goat (Harlem), The Cage a West 4th street (The Village), e ancora Soul i the Hole, Dycman Park e molti altri campi considerati i templi del basket di strada. Ma c’è spazio anche per note di colore quali i giochi più praticati in assenza di possibilità di giocare una vera e propria partita, quindi il celebre Horse o il 21, e gli outfits perfetti per evitare di rendersi ridicoli sul campo (evitare accuratamente canotte di team nba e completi interi, pena la perdita totale della street credibility e del rispetto della comunità).

Un trattato di cultura black e sportiva che vale davvero la pena di recuperare e studiare. Che siate già padroni della materia o neofiti. Perchè “puoi giocare nell’nba per 15 anni, al college per 4, nella tua squadretta per 20, ma giocherai al campetto per sempre, finchè le membra ti reggeranno”.

#doinitinthepark: un must have. You know what I’m saying?
Acquistabile qui: @hhv.de

Luke

Basketball_Documentary_Doin_it_in_the_Park

 

 

No Comments »

“LadyE” mixtape: musica per combattere la pioggia

pubblicato da: luca - 2 febbraio, 2014 @ 7:53 pm

In una giornata uggiosa come quella di oggi, domenica 2 febbraio, ho pensato di mettermi sui miei piatti e comporre un mixtape muovedomi caleidoscopicamente tra le varie sfumature della musica elettronica contemporanea: nell’area grigia (come il cielo di oggi) tra post dub-step, post R&B, hiphop, electro soul e house. 1 ora e 20 di musica la cui matrice prima può essere sempre e solo quella black, pur non sembrandolo, a volte.

Buon ascolto, in streaming o un download (cliccando sul bottoncino apposito su soundcloud).
Più sotto trovate la tracklist completa.

Ultraista – Smalltalk (Four Tet remix)
Axel Boman – Hello
Four Tet – Buchla
Disclosure feat Sam Smith – Latch
Machinedrum – Gunshotta
Machinedrum – Rise N Fall
Flume - Sleepeless
Birdy Nam Nam – Cadillac Dream
Shlohmo – Put it
Rain Dog - Broken
Burial – Come down to us
Flume + Chet Facker – Drop the game
Frank Ocean – Pyramids
Hot Chip – Look at where you are
RJD2 feat Aaron Livingston – Love and go
The Roots 4 JDilla - Look into her eyes

Luke

 

No Comments »

Il cinema ai tempi dei “figli di mezzo della storia”

pubblicato da: luca - 30 gennaio, 2014 @ 8:18 pm

tyler_durden“Siamo i figli di mezzo della storia” diceva Tyler Durden nel film che ha reso David Fincher un regista di culto per molti della mia generazione (nati negli anni 80). “Non abbiamo nè uno scopo nè un posto, non abbiamo la grande guerra nè la grande depressione, la nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star…” Lo diceva la pellicola ormai di culto che va sotto il nome di Fight Club, saccheggiata da dischi rap, remixata e rielaborata miriade di volte, tante da diventare manifesto di quella che è appunto una generazione senza grosse direzioni se non quelle dettate da pubblicità, telegiornali, messaggi mass mediatici.
Allora il film metteva in bocca a Brad Pitt una realtà post consumismo 80’s che non lasciava intrevedere niente di buono per l’immediato futuro. Lo faceva come monito, come memento al suono di un grido in stile “svegliatevi dormienti”, che se risuonato nella maniera giusta avrebbe potuto in qualche modo risultare salvifico.

the-bling-ring-whysoblu-6E’ passato qualche anno dall’uscita di quel film, così come dal diverso, ma per certi versi accomunabile Trainspotting, e  nel 2013 in sala troviamo pellicole (sigh, sono pure diventate digitali nel frattempo) che parlano delle conseguenze del mancato ascolto di quel messaggio…la generazione X è diventata Y: i riferimenti televisivi sono diventati non più solo i divi del cinema e le rock star, ma tutti coloro che dall’essere nessuno sono passati ad essere celebrità senza sapere bene come e senza avere alcun talento. Semplicemente televizzando se stessi. I riferimenti siamo diventati noi stessi grazie ai reality prima e ai social network poi. L’apparire è diventato imperante, l’essere solo se condivisi e auto-promossi è diventato lo status quo senza che ce ne accorgessimo. Con un effetto devastante su quella generazione e su quella immediatamente successiva, che in mancanza di grandi guerre o depressioni, ha deciso di autofagocitare se stessa.

Spring-Breakers-selena-gomez-33260560-1500-1372Parlano di questo 2 film usciti nel 2013 e mi troppo chiacchierati in Italia, se non dagli amanti del cinema fatto in un certo modo: The Bling Ring di Sophia Coppola e The Spring Breaker di Harmony Korine. Sono due film diversi nella realizzazione sia da un punto di vista puramente visiva che di narrazione, più asciutto e freddo il primo, più musicale, frenetico e cromatico il secondo; ma che parlano entrambi di quella generazione di cui sopra, in particolare della sua de-generazione.
Prendete i riferimenti distorti comunicati loro malgrado dai rapper afroamericani più commerciali, conditeli con una cromia caleidoscopica, potenziateli con i pezzi dub-step ed hiphop più tamarri del momento (sì, Skrillex abbonda nella OST  nel caso ve lo state chiedendo), metteteci alla recitazione icone pop prese direttamente dai programmi per ragazzi di Walt Disney e suonate un lento di Britney Spears come se fosse l’ultimo pezzo che sentirete in vita vostra: avrete The Spring Breaker: il film più spiazzante, reale ed attuale su ciò che siamo diventati. Ora pensate a facebook come ad un gioco reale, un apparire non solo virtuale ma fisico, aggiungete Emma Watson a capo di una banda di ladruncoli da strapazzo iperinformati sui vestiti delle celbrità ed in grado di girarsi Beverly Hills rubando gli stessi vestiti di villa in villa: avrete The bling Ring, che per altro è una storia vera.

the-bling-ring_php_

Morte dei valori? Generazione bruciata che manco James Dean? Esagerazioni contemporanee? A chi ha capacità di analisi la sentenza. Di certo 2 film di grande spessore, dal ritmo quasi opposto: veloce e in stile video clip, con piani sequenza mozzafiato quello di Korine, lento, sornione ed estremamente dub-step per i suoi silenzi e stralunatezza quello della Coppola; uniti dalla disarmante capacità di catturare le storture moderne, quelle che sono post industriali, post capitalismo, post moderne, post tutto e che perciò non sono niente.

E se tutto è post possiamo davvero dire di essere qualcosa di attuale? La risposta a due film coraggiosi quanto “naturali”. Due fotografie speculari che raccontano cosa è andato storto da Tyler Durden in avanti. Parecchia roba.

Luke

 

 

No Comments »

Luke’s awards 2013 – best music

pubblicato da: luca - 22 dicembre, 2013 @ 4:50 pm

Come da tradizione ecco la mia personalissima classifica dei migliori album usciti nel 2013 tenendo conto di bellezza oggettiva (per quanto possibile) del disco, grado di innovazione e sopratutto emozioni trasmesse. Questi sono, da sinistra a destra, i miei top 15…con una veloce motivazione pe ognuno.

classifica2013

 

1. Jon Hopkins – Immunity
E’ l’artista che mi ha emozionato di più nel 2013: lo storytelling applicato alla musica elettronica strumentale.
I suoi sono mondi e tessuti sonori in cui perdersi e ritrovarsi ogni 4 battute.
2. Bonobo – The North Borders
Bonobo prosegue il lavoro fatto con Black Sands fondendo etno music, trip hop, soul ed elettronica in un mix di suggestioni. E lo fa con la padronanza di un orchestrante gestendo voci, strumenti, campioni. Impressionante
3. Flume – Flume
Disco perfetto il suo, l’anello mancante tra post-dub step ed hiphop. Direttamente dall’Austrialia per aggiugere tasselli mancanti alla bass music europea.
4. James Blake – Overgrown
Una conferma su disco e una sorpresa totale live. Al Primavera di Barcellona ha stupito tutti non solo per la voce cristallina ma per i bassi più potenti di sempre.
5. Daft Punk – Random Access Memories
Dopo anni di silenzio il duo mascherato ha saputo catturare lo spirito del 2013 ed il ritorno alle sonorità anni ’80 che hanno caratterizzato quest’anno. Citazionista e futurista allo stesso tempo.
6. Shigeto – No better time then now
Sonorità totalmente nuove nel panorama elettronico grazie a ritmiche creative e mai scontate, interamente suonate con batteria analogica. Anche qui qualcosa di mai sentito prima.
7. Jose James – No beginning no End
Miglior voce black del piaeta con buona pace anche di Frank Ocean, disco impeccabile per Blue Note records. Il Jazz moderno ai massimi livelli.
8. Fat Freddy’s Drop – Blackbird
Molto più che una riconferma: un’evoluzione dal dub suonato a quello più club passando per il raggae e la deep-house. Un escursus su ciò che rappresenta la musica black per l’umanità.
9. Burial – Rival Dealer
Forse il disco più futurista uscito quest’anno: tra qualche anno sarà ricordato per aver dato il via ad un nuovo tipo di approccio alla musica elettronica. Vale tanto quanto il suo primo disco per carica innovativa
10. Earl Sweatshirt – Doris
Odd Future dopo Tyler the Creator (ottimo anche il suo Wolf), sforna questo artista dalle rime quasi troppo facili e strafottenti: un talento cristallino che riassume come si può rappare senza sforzo nel 2013. E soprattutto senza ritornelli. La cosa più simile ai Wu-Tang uscita dal 96 ad oggi. C’è pure la firma di RZA infatti.
11. Moderat – II
Il ritorno dei Modeselektor + Apparat regala synth di una potenza totale affiancati a melodie dolci e riappacificanti. L’elettronica al suo meglio. Di gran lunga superiore al suo predecessore.
12. Godblesscomputers – Freedom is ok
E’ l’elettronica più “liquida” che si possa sentire in questo momento: una fusione perfetta tra suoni analogici, digitali e celebrali. Unico italiano a tenere testa su LP ai grandi della musica bass contemporanea.
13. Tricky – False Idols
Ritorno soul e trip-hop per uno dei pesi massimi degli anni ’90, dando spazio ad una voce femminile (italiana) meravigliosa.
14. RJD2 – More is then isn’t
La dimostrazione di come si può essere ancora creativi, originali e groovosi campionando a piene mani. Un ritorno che fa tornare alla mente i tempi della Def Jux. Nostalgico ma nuovo.
15. Atoms for Peace – AMOK
Il disco più curato dell’anno: ogni suono è stato studiato alchemicamente per risuonare con il tormentato animo umano. Un disco che è tanto difficile da comprendere a pieno, quanto lo è smettere di analizzarlo.

Luke

No Comments »

Diario di un’insurrezione – recensione

pubblicato da: luca - 29 settembre, 2013 @ 11:38 am

copj170.aspDa circa un anno la casa editrice Effigie di Milano ha deciso di dar voce su carta al collettivo di scrittori, saggisti, filosofi che hanno dato vita al portale culturale ilprimoamore.it (che racchiude nuovi scritti, pensieri, recensioni di autori come Antonio Moresco, Sergio Baratto, Tiziano Scarpa) . La collana che rende possibile l’incendiarsi di storie e saggi libertari, di sfondare barriere letterarie di genere e forzare il linguaggio in ottica creazionista è la collana “I fiammiferi” fatta di libercoli da un centinaio di pagine in grado di nobilitare la letteratura e la saggistica italiana portandola ad alti livelli di meta-riflessione.
Ne è un esempio lampante “Diario di un’insurrezione” di Sergio Baratto, un racconto personale ma collettivo della marcia che molti della mia generazione hanno portato avanti durante gli anni zero. Dai moti rivoltosi e dalle prese di coscienza post G8 di Genova, alle spaccature ideologiche forzate dai fatti dell’11 settembre per arrivare al senso di vuoto e devastazione lacerante lasciate dal berlusconismo sulla generazione anni 70/80. Baratto, saggista e zapatista, “cammina domandando” con noi attraverso gli anni 2000 portandoci al giorno d’oggi con la ferma volontà di darci una bussola per muoversi meglio in questi tempi complicati, dove non sono più le ideologie partitiche a dominare, non sono più nemmeno le logiche rivoluzionarie dato che anche lo stesso atto rivoluzionario non è più identificabile, perso nelle semplificazioni della contro-informazione e nei moti di piazza spesso alimentati dai poteri forti per screditarne il contenuto. La bussola che ci dà Baratto per muoverci in questi tempi allora è quella del buon senso, che è fatto prima di tutto di una riflessione e di un’opera non sul mondo esterno ma su se stessi, e si compone di elementi semplici ma dati troppo per scontato.

DISERTARE: sottrarsi, chiamarsi fuori dalle guerre combattute per noi da altri, da ciò che è imposto
SOLITUDINE INTERIORE e SILENZIO: in opposione alla continua necessità imposta di condividere, fare chiasso, essere sociali ad ogni costo
ELIMINARE LA TV: perchè niente di ciò che essa contiene è di per se irrinunciabile,
FARE ATTENZIONE: informarsi, confrontare, incrociare dati, situazioni, rimanere vigili e non lobotomizzati dall’informazione

Da un diario personale escono insegnamenti su come muoversi nel sottobosco delle ideologie, nell’aridità semantica, nei significati perduti di libertà e libertario, nel nostro tempo di cinico rifiuto di tutto come opposizione alla pochezza morale di chi ci governa. E’ un diario importante quello di Baratto, è davvero un fiammifero con cui accendere una lucina.
Il lettore attento e affamato ringrazia.

Per aquistarlo clicca qui: http://www.ibs.it/code/9788897648116/baratto-sergio/diario-insurrezione.html

Luke

No Comments »

Dall’underground alla serie A sull’asse Fiemme-Trento

pubblicato da: luca - 28 settembre, 2013 @ 7:57 pm

Non amo particolarmente pubblicizzare le iniziative personali su canali che sono personali fino ad un certo punto e soprattutto che hanno altri fini, ma sta volta la cosa ha senso e si incasella perfettamente nello spirito di Beneath The Surface, sotto la superficie, il titolo di questo blog. Sì perchè si parla di basket, di quello underground di una Valle del Trentino in cui la pallacanestro non ha mai avuto cittadinanza se non sulle superfici asfaltate dei campetti.
Ciò nonostante negli scorsi 3 anni è sorta anche in Valle di Fiemme una realtà rispettabile di pallacanestro, guidata da un manipolo di appassionati fino al midollo, tra cui il sottoscritto presidente dell’ASD, e che oggi pò fregiarsi della partnership con la società di pallacanestro più importante della regione: Aquila Basket Trento, Team di serie A2 che collaborerà attivamente con VDFB per far crescere il settore giovanile.

Ecco i dettagli che vi presento non senza un pizzico di orgoglio….

poster A3_fiemme-aquila

No Comments »

YouTube come generatore di realtà – Il caso Andrea Diprè

pubblicato da: luca - 26 settembre, 2013 @ 9:09 pm

Con l’amico e psicologo Nicola Delladio si parla spesso di realtà create dal linguaggio e di come questo, nella logica del creazionismo, sia in realtà la stessa materia della realtà (scusate la ridondanza). Sull’argomento Nicola ha scritto un saggio, partendo dal mondo dei social e delle loro realtà che diventano totalizzanti, partendo dal fenomeno virale  Andrea Diprè e dai suoi video più o meno costruiti dedicati al mondo delle “opere d’arte mobili” e ai disperati del sottobosco sociale. Vi lascio quindi alla lucida ed intrigante disamina di Nicola.

“L’avvento di Internet, ovvero della diffusione delle informazioni su scala globale, di You Tube, dei Social Networks (Facebook, Twitter, Instagram…) e quindi della tecnologia fruibile ed impiegabile in ogni contesto della nostra vita, ha reso possibile quella che oggi viene definita l’interconnessione globale contrassegnata da presentismo, rapidità, istantaneità, simultaneità, da rapporti sempre più virtulizzati (compressi) e da relazioni mordi e fuggi che nascono e muoiono grazie ad in click. Tale fenomeno si contraddistingue in quanto è pervasivo e generatore di realtà ad una velocità destinata ad aumentare progressivamente nel corso dei prossimi anni, con ricadute ed effetti considerevoli sulla nostra specie.

Per chi conosce un minimo la vicenda di Andrea Diprè, scrivere alcunché in merito potrebbe rappresentare, di per sé, una impresa segnata subitamente dal tono dell’irriverenza, talché ogni parola deve essere soppesata attentamente, pena il risultare in forma giudicante, piuttosto che – all’opposto – liberalizzante, ogni azione del nostro.

La chiave di lettura, che lo scrivente ha scelto, per inquadrare il “fenomeno Diprè” è quella retorica (lett.: l’arte del parlare e dello scrivere in modo da persuadere un uditorio), incentrata – nello specifico – sull’analisi delle produzioni discorsive efficaci, in riferimento all’obiettivo per il quale nasce la piattaforma YouTube: condividere collezionando il maggior numero di visualizzazioni (ovvero destare interesse presso un potenziale pubblico).

La cornice epistemologica, e quindi conoscitiva impiegata, è quella interazionista e costruzionista (i riferimenti teorico – concettuali, in ambito italiano, sono qui le opere di Alessandro Salvini e per altri versi quelle di Gian Piero Turchi a cui si rimanda). Scegliendo questa cartina geografica il territorio che qui si configura e che si vuole indagare pertiene alle produzioni linguistiche e simboliche di questo partcolare storyteller.

Fatta questa premessa, scopo del presente commento non è certo quello di analizzare la nascita e lo sviluppo del personaggio, dell’autore / attore Diprè, evenienza quest’ultima che comporterebbe l’impegno in una ricerca a tutto tondo in grado di contemplare, necessariamente, l’approfondimento puntuale e didascalico dell’intera filmografia. Su questo fronte vale però la pena sottolinerae come in tempi recenti il “Trio Medusa” abbia dato impulso alla diffusione del “fenomeno Diprè” attraverso le frequenze radiofoniche di Radio Dee Jay, nella nota trasmissione, di stampo burlesco / gogliardico, “Chiamate Roma Triuno Triuno”.

La logica che qui si intende far passare non è quindi quella valoriale, di tipo etico – moraleggiante; per questo motivo non si entrerà nel merito della buona fede del presentatore / raccoglistorie / imbonitore Diprè; delle presunte turbe mentali di Giuseppe Simone, delle sue difficoltà nell’approcciare l’universo femminile, come pure non si entrerà nel merito dei supposti contatti alieni delle sorelle Poliseno o di altri “bislacchi” personaggi che il nostro è stato in grado di scovare in giro per l’Italia; questo perché, come si è detto, l’interesse non verte sulla distinzione e sul chiarimento di che cosa è vero e di che cosa non lo è; ciò che più conta è lo scherzo accennato, l’arguzia, il confondere sapientemente, l’accenno al divertimento compiaciuto, le espressioni mimiche che alludono, l’irretire ammiccando allo spettatore; tutto questo e altro ancora si rende evidente nel ciclo “Diprè per il sociale”, serie di interviste nelle quali emerge chiaramente il raccontare pacato, il tono serafico e rassicurante di chi sa di aver individuato un format che colpisce, che (in)trattiene, adatto per lo più ad un pubblico giovane mediamente colto e mediamente tecnologico. Appare evidente inoltre la consapevolezza e la chiarezza di quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi; Diprè sa dove deve portare il suo pubblico; sa anticipare ciò che il pubblico vuole vedere e sentire.

Deve essere chiaro infine che per quanto concerne il nostro discorso, finalizzato a far emergere i tratti salienti di una esperienza che al netto di ogni giudizio rimane estetica, muoversi in termini dicotomici, attraverso categorie manichee come quelle di REALTA’ e FINZIONE, GIUSTO o SBAGLIATO, SANO o MALATO, ABILE o DISABILE... e si potrebbe andare avanti ancora, non risulterebbe funzionale all’obiettivo che ci si è posti all’inizio, ovvero quello di evidenziare alcuni elementi che fanno del linguaggio di Diprè quel particolare mezzo comunicativo in grado di attrarre un pubblico che lo riconosce e lo disconosce allo stesso tempo, simultaneamente, che lo dileggia e che lo apprezza, ancora una volta simultaneamente, in quanto lo stabilire quanto ci sia di vero e quanto di inventato, preparato, è proprio ciò che costituisce l’attrattiva e lo stimolo alla visione delle sue produzioni; vere e proprie messe in scena, pantomime, preparate ad hoc, dove Diprè è il cerimoniere, il conduttore in grado di elicitare nel suo pubblico, preventivamente, quanto egli ha anticipato come (verosimilmente) interessante. “Il poeta è un fingitore” scrive Pessoa in uno dei suoi scritti; noi potremmo aggiungere che è un fingitore e che che questo gioco, come utilizzatori, esteti, fruitori, co – generatori di realtà (e non di reale) ci incuriosisce.

Ciò detto, mantenendosi su un piano formale, di contesto, di rappresentazione della scena, di efficacia comunicativa, di retorica argomentativa e quindi di capacità di leggere la situazione che si viene a co – generare durante le interviste, Andrea Diprè dimostra di padroneggiare una tecnica davvero non comune.

Buone visioni e buone riflessioni!”

Dott. Nicola Delladio

www.studioelleboro.it

www.facebook.com/delladio.nicola

https://profiles.google.com/nicola.delladio#nicola.delladio/about

No Comments »

Il nuovo sound si esprime nei festivals

pubblicato da: luca - 31 agosto, 2013 @ 5:07 pm

IMG_3042Dopo una piccola pausa dovuta all’estate e alle sue temperature che non invitano di certo a starsene chiusi in casa a scrivere, torno a parlare di festivals musicali perchè vi dovevo qualche parola in più sul Soundwave al quale ho avuto la fortuna di assistere in Croazia un mesetto fa.

E’ ormai chiaro che il business della musica indipendente stia provando a rilanciarsi attraverso i festival che in Europa sono aumentati esponenzialmente nel corso del 2013: da Amsterdam a Berlino, da Londra a Bristol, da Barcellona a Porto, dalla Reppubblica Ceca alla Croazia, le etichette indipendenti ed i loro artisti stanno trovando sfogo in un mercato un po’ asfittico (in alcuni paesi più di altri) proprio sui palchi di festivals che invitano a suonare artisti della new wave underground su palchi spettacolari all’interno di location sempre di altissimo livello e frequentati da centiniaia di migliaia di giovani tra i 20 ed i 35 anni. Il PrimaveraSound di Barcellona è stato un esempio da questo punto di vista grazie ad una location sul mare a Barceloneta e ad artisti della scena post dubstep come James Blake, Jessie Ware, How to dress Well, Disclosure, Four Tet, Apparat, chiamati ad esibirsi davanti a migliaia di persone che di ballare della dance in riviera o di chiudersi in una discoteca non ha la più pallida idea di cosa sia.

I festival sono un nuovo movimento di fatto, che raduna persone amanti della musica indipendente, ricercata, che segna il passo di un’epoca in cui le produzioni migliori non escono più da strumenti analogici classici ma dai laptop dei produttori vent’enni e anche più giovani di tutto il mondo. Berlino ha fatto scuola in questo senso con la miriade di produttori dediti a rivoluzionare la musica eletteronica (concepita con macchine digitali) direttamente dalla propria cameretta passando poi dai festival. Los Angeles e Londra sono ora culla del movimento post dub-step che il mainstream ancor ignora impegnato com’è a seguire fenomeni come Skrillex, ma che il movimento dei frequentatori dei festival, di chi organizza le proprie vacanze all’isegna della musica, idolatra e conosce alla perfezione.

IMG_3061Luogo di culto di questo movimento sottorraneo di amanti della buona musica, è stato almeno per quest’edizione, il piccolo paesello di Tisno a sud della soleggiatissima Croazia, dove da a fine luglio è andato in scena uno dei festival più belli, intimi e significativi dell’anno. In lineup gente come Ghostpoet, Bonobo, Alice Russel, Quantic, Shigeto, Homeboy The Sandman in un crescendo quotidiano di musica compresa nella zona grigia tra elettronica, soul, funk ed hiphop. In una parola GROOVE. E perdersi nel Groove a Tisno è un’esperienza estatica data la location: palchi in riva alla spiaggia, baretti lounge affacciati sull’acqua, camping super attrezzato a pochi metri dal mainstage all’interno della pineta che circonda il village festival. Ah e poi ci sono le barche con session musicali dei main artist dedicati a 100 persone al massimo: party privati al largo dove la musica si mescola al profumo della salsedine e al gusto del sidro di mele che, un’organizzazione british come quella del Soundwave non poteva farsi e farci mancare…

Esserci è stata una grandissima occasione per capire che strada sta prendendo anche live la musica indipendente, la quale mira sempre di più a fondere live strumenti digitali ed analogici, a prolungare l’esperienza dal banale mp3 al disco alla performance che diventa sempre più fisica, solida, estatica.
E’ stata un’occasione anche per osservare come sempre più giovani al di fuori della nostra cadaverica Italia, siano capaci di radunarsi per divertirsi in maniera oltremodo corretta ballando generi musicali diversi, astenendosi dai pregiudizi e allontanandosi sempre più dal main stream che pretende di vedere tutti in fila per ballare l’ultimo singolo in stile Gam Gam Style.

Perchè beneath the surface, sotto la superficie, c’è un mondo infinito di suoni e colori da scoprire.
Salite su una barca per Tisno l’estate prossima e lo scoprirete con i vostri occhi…

http://www.youtube.com/watch?v=vkKzaFxmDAg

No Comments »

Soundwave Croazia 2013: il suono giusto sta dall’altra parte della riviera

pubblicato da: luca - 29 luglio, 2013 @ 11:07 pm

Proprio difronte alla Riviera Romagnola, nota per le sue feste un po’ tamarre (giusto un pelo), andava in scena a metà luglio uno dei festival più soul ma meno chiacchierati d’Europa: il SoundWave festival. Ve ne racconterò prossimamente..io c’ero e ci sarei pure rimasto.

Intanto preview video:

SOUNDWAVE CROATIA 2012 from Jack Whiteley on Vimeo.

No Comments »

Tonino, l’uomo dietro lo schermo

pubblicato da: - 16 luglio, 2013 @ 8:01 pm

Ho appreso con tristezza come molti, della morte di Tonino Accolla, leggendario doppiatore italiano di Homer Simpson, Jim Carey, Tom Hanks (in alcune occasioni) Mikey Rourke (idem). Così come è stato per tante altre persone che attraverso i suoi doppiaggi memorabilmente professionali hanno riso, pianto e riflettuto, mi è parso quasi di perdere un amico. Accolla è stato uno dei primi doppiatori che ho saputo riconoscere, collegando i suoi film ed i suoi cartoni animati in una specie di filone unico, nel quale inserisco a tutti gli effetti la mia infanzia.

E’ incredibile, si tende a credere che certe cose possano non avere mai fine, che un personaggio dei cartoni animati non possa morire. Eppure è quello che è successo con l’addio di Tonino. Homer Simpson, più degli altri suoi personaggi, nel nostro paese non sarà mai più quello che abbiamo conosciuto. Che poi è buffo, di Tonino come persona fisica non si è davvero mai sentito parlare, anzi, faceva più parte di un gioco immaginario “riconosci la voce” fatto dai cultori del doppiaggio…quelli che come il sottoscritto rimangono a lungo in sala dopo la proiezione di un film per scovare qualche nome famigliare tra i credits. Eppure dopo una vita passata all’ombra dei suoi stessi personaggi, gli italiani lo hanno salutato, in molti casi addirittura conosciuto, per chi era veramente: Tonino Accolla, uno dei più grandi doppiatori di sempre che ora ci guarda da lassù assieme ad Amendola, curioso assieme a lui di vedere che ne sarà del suo homeriano “de-hi-hi-ho”.

Rest in peace.

No Comments »



Pagina 2 di 41234