Enjoy Freedom Mixtape by Groovenauti

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:37 pm

Luke & Max Prod sono lieti di presentarvi il loro primo mixtape realizzato a 4 mani (sembra incredibile…fin’ora solo progetti di djing solisti).

Dentro ci troverete il meglio della bass-music contemporanea da Bristol a Berlino, passando per l’Italia con l’inedito di Max Prod. Un viaggio nei migliori club undergound d’Europa restando fermi davanti al proprio PC.
Alzate il volume e godetevi tutti i passaggi registrati rigorosamente live e con suoni estrapolati solo ed esclusivamente da vinili.

Buon ascolto su mixcloud dove troverete anche le playlist. Durata totale 60 minuti. Enjoy Freedom!

Enjoy Freedom pt 1 – Max Prod “La Trappe”

Enjoy Freedom pr 2 – Luke “Cables”

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DillaDude: my tribute to JDilla

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:36 pm

Tributo a J Dilla mixato live utilizzando solo materiale vinilico, con musica da, per ed ispirata dal grande maestro di Detroit.
Buon ascolto.
Luke

DillaDude [by Luke] by Groovenauti on Mixcloud

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Bronson: you Drive me crazy!

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:35 pm

Il nome di Nicolas Winding Refn potrebbe non dire molto al grande pubblico, soprattutto a quello italico. Sarà che i suoi film nel nostro paese passano sempre per brevissimo tempo al cinema, il tempo di un venerdì sera al Lumierè o di un mercoledì nei multisala. Sarà che l’Academy ci ha messo del suo ignorando alcuni suoi capolavori diversamente osannati a Cannes, Londra e Sundance Festival, contribuendo a far passare in sordina anche l’ultimo suo film…quel Drive che nel 2011 è stato a mio parere (e non solo mio visto che Cannes gli ha dato la palma d’oro per la regia)  il miglior film dell’anno, quello con più spunti e poetica cinematografica.

E cosa spaventa così tanto nei film di Winding? Forse l’anticonvenzionalità dell’approccio con cui viene presentata la violenza sul grande schermo: come una sorta di sfogo fanciullesco di una rabbia repressa, come un atto liberatorio mal accettato dalla società. Come una deviazione quasi naturale e necessaria, un de-lirio, un’uscita dal solco ordinato preposto per noi tutti. Si spiega forse anche così il ritardo con cui in Italia (ma anche in altri paesi europei) è arrivato in distribuzione Bronson, film realizzato da Winding già nel 2008 e arrivato a noi solo nel corso nel 2011, passato sotto semi-silenzio e confezionato direttamente per il mercato dell’home-video.

Bronson è la vera storia di Charles Bronson, criminale inglese contemporaneo psicotico ed iper-violento che fin dai primi anni ’70 è conosciuto come il criminale più famoso dello United Kingdom. Oltre 20 anni di cella in isolamento, centinaia di prime pagine sui quotidiani nazionali, un numero incalcolabile di persone picchiate fuori e dentro le numerose prigioni in cui è stato internato, diventando di fatto una vera e propria celebrità, un anti-eroe nel senso più revisionista del termine.

Ho visto di recente il film in DVD e devo dire che, sebbene un paio di gradini sotto a Drive, anche questa pellicola del regista svedese si contraddistingue per diversi approcci originali ed estremamente personali a regia (Winding fa un grande e diversificato uso delle ottiche grandangolari che contribuiscono a schiacciare l’immagine ed a creare per converso un effetto claustrofobico quasi parossistico delle celle di progionia già piccole e anguste di per se), fotografia (con luci in stilo circo), musica (dance anni ’80 anche qui) e tempi narrativi (giustapposti). E la violenza per cui probabilmente il film è stato fermato per un po’, assume un senso estetico di livello assoluto: un po’ come in Drive appunto (si veda la scena del bordello) o in Arancia Meccanica, o ancora (stiracchiando) in Funny Games. Cosa che a ben vedere, vale da sola il prezzo del biglietto DVD.

Un film che vale la pena di vedere quindi, non solo per saperne di più su Bronson (da sapere c’è davvero poco: era un picchiatore puro, senza scopo se non lo stesso picchiare ed essere picchiato), ma soprattutto per rifarsi gli occhi con un’estetica tutt’altro che scontata, tutt’altro che già vista.

Ecco appunto, se poi questi film ce li facessero pure vedere non sarebbe poi tanto male.

Voto: 7+
Luke

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Quella casa nel bosco: se l’horror diventa postmoderno

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:32 pm

Premetto che di film horror pregevoli, che evitino di cadere negli innumerevoli cliché del genere o che abbiano una qualche sorta di originalità nella trama o quantomeno nello stile di regia, non ne vedevo da almeno 4/5 anni buoni…diciamo dal terzo episodio si Saw l’enigmista (i successivi fino al 7 sono del tutto trascurabili). Ma alla classica casa nel bosco in cui si perdono 5 simulacri di personaggi tipici (topici) da film horror mi sono avvicinato grazie ad una grande recensione cannibale  ed al nome dello sceneggiatore…Joss Whedon, amato non tanto al cinema per quel che mi riguarda, ma sulle pagine di Astonishing X-Men (semplicemente il miglior arco narrativo dei mutanti post Grant Morrison) e sulla carta (appunto) capace di invenzioni postmoderne degne del migliore John Barth.
Capita così che per una volta le aspettative siano rispettate in pieno. La casa nel bosco non si rivela solo un meta film sul genere horror che ci porta in terreni parodistici dove nemmeno il miglior Wes Craven si era spinto (con Scream), ma è forse una delle più interessanti riflessioni sul sistema dell’intrattenimento cinematografico, sulla finzione filmica e anche sull’animo umano e sulle proprie paure.

Siamo davanti ad un film in cui tutto è parodia, aperta parodia, ma che continua a parodiare perfino se stessa, un film dove i protagonisti comprendono solo a tratti di essere dei burattini nelle mani di chi vuole che i loro comportamenti assomiglino a quelli dei personaggi di un film horror ed in cui da spettatore si ricerca sempre un fine ultimo alla follia, fine rappresentato dal film stesso.
Se devo trovare un paragone lo devo cercare in tutt’altro genere cinematografico e dico che Quella casa nel bosco stà al genere horror come Shrek ai cartoni animati. continua »

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Wendy Rene, after laughter comes…tears

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:29 pm

Saranno almeno 5/6 anni che durante le infinite sessioni di digging che metto in atto nei negozi di dischi di mezzo mondo (New York, Londra, Chicago, Amsterdam, Monaco, Berlino, Bologna ecc. ecc.) immancabilmente mi muovo al termine dagli scaffali alla cassa chiedendo, a volte timidamente, a volte con molto più coraggio a seconda della dose di black music di cui mi pare fornito il negozio, se per caso, tra i classici scatoloni ammassati e polverosi che contraddistinguono i reparti soul/ghospel, ci sia per caso traccia di una certa “Wendy Rene” e del suo “After Laughter comes tears“.

“Whuat da ya say? Guendy Twene?” la risposta che più di una volta mi sono sentito dire. “I dunno“, l’altra classica. “Never heard ’bout it”, la più scoraggiante.

Ma sì, è la soulsinger campionata dal Wu-Tang Clan in 36 Chambers per il pezzo Tearz. Niente, vuoto assoluto.
Solo una volta, in un negozio Jazz di Chicago, un commesso mi ha dato, non dico una speranza, ma almeno il sentore che non mi stessi inventando tutto e che quel pezzo apparso poi anche in colonne sonore prestigiose come quella di Slevin patto criminale, e re-interpretato in maniera magistrale non troppo tempo fa (2007) persino da Alicia Keys per il suo album “As I am”, esistesse sul serio e non solo nella mente di un ragazzo bianco proveniente da un paese sperduto nell’alto Trentino che di soul si suppone debba saperne meno di zero. Ora non mi considero certo un esperto totale in materia, ma un po’ mi sento di masticarla sta storia della black music e del suo percorso e se i Wu-Tang hanno campionato Wendy Rene e la Stax records l’ha messa sotto contratto nel ’64 qualcuno doveva e dovrà pur conoscerla! Eppure niente di niente, nada, zero, nisba.
Fino al 10 febbraio 2012…data nella quale l’etichetta di Seattle, lontana solo apparentemente dall’influenza musicale del lungo Mississipi e del Tennesse, luogo dove dimora tutt’oggi la vecchia vedova Wendy, l’etichetta dicevo che va sotto il nome di “Light in the Attic” ha deciso di recuperare, rimasterizzare e ristampare in doppio vinile da 180 grammi, ogni singolo pezzo mai inciso (2 inediti compresi) da Wendy e dal suo gruppo soul “The Drapels“. Un piccolo sogno musicale che diventa realtà.

Il disco è accompagnato da una lunga intervista a Wendy fatta proprio a casa sua nel Tennesse nel novembre 2011. Vi si legge la genesi del pezzo che l’ha resa celebre (almeno fino a quando la memoria dell’umanità intera è stata resettata e lei è canduta nel dimenticatoio), la storia commovente degli inizi con la Stax (l’etichetta soul più importante della storia della musica che ci ha regalato Othis Redding, The Bar-Kays, Isaac Hayes, Brooker T) all’età di 17 anni e si apprende della solarità di questa donna oggi rimasta sola in mezzo ai vecchi ricordi dei tempi che furono. I suoi figli qualche anno fa le hanno fatto sentire i pezzi dei Wu-tang e di Alicia che riportano i sampler di After Laughter, ci raccontano abbia sorriso e abbia detto “What? My Song? That Old? What?”.

E così la magia continua, fomentata da qualche rara immagine di Wendy scattata ai tempi che furono.
Ecco, se c’è una musica che ha valore, anche se ristampata e confezionata per i feticisti del genere, per me è questa, per la storia che ha avuto (come dimenticare le note di tearz del Wu Tang suonate da RZA durante il concerto al link del marzo 2003?), per la ricerca che ha richiesto, per le emozioni che mi ha dato tenere in mano finalmente un oggetto fisico con dentro incisa la voce di Wendy Rene. Impagabile.

 

Luke

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Flying Lotus Until the quite comes aka calma apparente

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:25 pm

Ammettiamolo, dopo l’ipertrofico Cosmogramma ed il più misurato EP Pattner+Grid abbiamo pensato un po’ tutti che Flying Lotus dovesse fare un passetto indietro, magari in direzione “Los Angeles” (il suo terzo disco), per rendersi un pochino più accessibile ad un pubblico che, non si sa quanto per fattori legati all’hype del personaggio piuttosto che per la sua musica, ormai lo venera (a ragione) a mo’ di Gesù nero della musica eltettronica. Non che Cosmogramma non fosse un discone, anzi, disco-mondo dichiarato già dal titolo, ma qualche eccesso di autocompiacimento lo conteneva.

Il rischio del nipote di John Coltrane dopo CG era quello di chiudersi su se stesso e sui suoi suoni strabordanti come un moderno ermetista, ma dopo diversi ascolti del suo nuovo lavoro “Until the quite comes” posso affermare che il pericolo è definitivamente scampato e che quel passettino indietro, per compierne in definitiva due avanti, è stato effettivamente fatto.
UTQC è senza tema di smentita il disco più accessibile del nostro, quello più melodico, smussato, ma non per questo meno ritmico ed intricato. Semplicemente più fruibile perchè più poetico. Un po’ più cool jazz e meno free. Un po’ più Coltrane che Sun-Ra.

Siamo di fronte forse alla punta massima di jazz elettronico, fatto con pattern di batterie in continua evoluzione, melodie che si intrecciano e si trasformano in colonne sonore da salotto per poi tornare a sporcarsi con storpiature e modificazioni stradaiole, black fino al midollo. E’ un disco caledoscopico che sa mescolare in continuum jazzistico la voce di Erykah Badu (mai così piacevolmente strumentale ed etera) e le soluzioni melodiche di Tom Yorke, il beat potente di una “Sultan’s Request” al funky dopato di “The Nightcaller” fondendo gli xilofoni della magnifica traccia di apertura “all-in” alla rievocazione R&B di “Getting There”.

Nel suo genere (forse un unicum?) il disco perfetto. Un disco che se Miles fosse vivo avrebbe di certo apprezzato e forse prodotto.

Elettronica e jazz fusi in una sintesi perfetta. Chapeau.
Voto 9 (il 10 è di Miles).
Luke

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I beat perduti di Jay Dilla: lost tapes reels

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:23 pm

Il primo giorno di bel tempo da mesi lo inizio con il sound di Jay Dilla: sul piatto gira “Lost Tapes Reels + More” per gentile concessione della label Newyorkese FatBeats che in associazione  con Frank Nitt ed Ma Duke, madre del compianto James Yancey, è riuscita a mettere assieme il più bel disco postumo di Dilla mai uscito fino ad oggi, ricercando tra i beat ancora imprigionati nel suo pc e nel suo campionatore e scovando quelli dell’ultim’ora, quelli probabilmente esclusi per mancanza di spazio o per sovrabbondanza dalla sua opera totale “Donuts” composta sul letto di morte in ospedale ed osannata dal mondo hiphop, house ed electro, come un disco seminale in grado di tracciare nuove strade nella musica composta con i sampler.

Ne è uscito un disco di beat con i fiocchi, roba da far ribaltare dalla sedia per inventiva, groove, pienezza dei suoni. Ascoltarlo è come mangiare soul food ad Harlem, dà le stesse sensazioni di una messa battista, mette la stessa fotta che mette vedere l’afro di Julius Erving involarsi a canestro. E’ essenza black, è Dilla, è Jay Dee, è Detroit.
Il disco tra l’altro si pone come legame perfetto tra hiphop e mondo electro-house, facendo intravedere cosa sarebbe stato possibile se il terribile lupus renale non si fosse portato via il più grande producer moderno nella musica black.

Proculatevelo, è permesso averlo solo in vinile. Pelle d’oca.

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Infinite Jest – lo scherzo infinito di Wallace

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:16 pm

Oggi mi sento pienamente svuotato. Un ossimoro umano. Mi sento privato di una parte di me, del simbionte con cui ho con-vissuto, che ha viaggiato e dormito al mio fianco per quasi 3 mesi, che ogni mattina mi guardava dandomi un appuntamento serale tra le sue pagine.
Ho iniziato a leggere le 1300 pagine che compongono Infinte Jest di David Foster Wallace il 9 dicembre 2011 e l’ho terminato oggi, 6 marzo 2012. Tre mesi sono un tempo considerevole da trascorrere assieme ad un’unica opera, tanto quanto basta per creare una dipendenza da lettura, proprio come David Foster sapeva che sarebbe stato a chi avesse avvicinato il suo romanzo (anche qui sta la genialità del libro). E’ una lettura potente, intossicante, in grado di diventare essa stessa lo scherzo infinito del titolo non foss’altro per la sua struttura circolare: un libro che parte con un flashforward e termina con un flashback, un loop continuo di letteratura che sfonda i limiti dei generi, che apre porte su molti mondi, che dà voce agli sguardi obliqui.

Infinite Jest è una summa enciclopedica di generi e di stili. E’ romanzo distopico, fantascientifico, storico, è saggio sportivo, sociologico e filosofico. E’ il racconto dei nostri tempi, delle tante voci che oggi possono raccontare il mondo dandone la propria personale visione. E’ un romanzo coralmente umano. Eppure è retto da un plot scarno, essenziale e riassumibile molto velocemente. Perchè David Foster Wallace non necessità di plot complicati. Al contrario è la sua capacità descrittiva, la sua totale ossessione per il dettaglio trascurabile (oltre 200 pagine sono note dell’autore) a rendere complesso e stratificato un canovaccio che parla di dipendenza da droghe, talento, sogno americano, prevaricazione, sesso, affetti, televisione, socialità, fobie, tennis. Che narra delle possibili evoluzioni delle tencologie (è stato scritto nel 1996 ma noi che lo leggiamo oggi abbiamo già vissuto ciò che Wallace anticipava su questo argomento), di tempo sponsorizzato, di infiniti modi per alienarsi da se stessi e dagli altri.

Infinite Jest è un’opera unica nel suo genere che potrei avvicinare solo a Canti del Caos di Moresco per la sua capacità di interpretare l’umanità come universo e di dare voce ad ogni piccola sfacettatura umana. In pratica contiene veramente tutto ciò di cui avreste sempre voluto leggere. O almeno questa è la sensazione. Per questo terminarlo lascia un senso di vuoto. Oltre al fatto che la sua interpretazione completa e compiuta non sembrerebbe essere raggiungibile.
E’ inoltre una lettura estremamente (meta) fisica. La pesantezza stessa del libro in termini gi grammi impone una certa presenza e forza nell’affrontare la lettura. Le parole sono piccole, le pagine sottili: richiedono uno sforzo consapevole.
Eppure è tutto così bello, così epico.

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Cosa ti separa dal tuo Sunset Limited?

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:14 pm

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Jonathan Lethem – Io e Philip Dick

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:12 pm

E’ uscito da qualche mese un diario/racconto sui generis di uno dei più grandi autori americani contemporanei: Jonathan Lethem. Quel Jonathan Lethem di alcuni romanzi-capolavoro come “La fortezza della solitudine“, “Amnesia Moon”, “Brooklyn senza madre”, in cui cultura alta e cultura “bassa”, di strada, si intrecciano in modi del tutto nuovi, come solo uno scrittore di grande competenza stilistica e capacità narrative che sia al contempo un divoratore di romanzi pulp e fumetti underground può riuscire a fare. Lethem possiede alcune delle caratteristiche che personalmente più apprezzo in uno scrittore, per non dire nella letteratura in generale, provo qui ad elencarle.

le ambientazioni sono realistiche, urbane, claustrofobiche ma anche possibiliste e futuribili, fanno da gabbia ma anche da tranpolino di lancio per sogni, interpretazioni. New York è quindi la città per eccellenza in cui si ambientano la maggiorparte dei suoi scritti (Brooklyn in particolare, quartiere di cui Lethem è originario). Si tratta però di ambientazioni cupe, stradaiole, in cui i personaggi paranoici ed insicuri si muovono a tentoni pur conoscendone di fatto strade e situazioni principali.

- i personaggi paranoici, sospettosi e alla continua ricerca di un senso di se nel mondo, solipsistici a volte, di certo con mille sindromi, problematici, che non sanno a volte discernere cosa sia realtà e cosa finzione (elemento tra l’altro di meta narrazione con cui Lethem infarcisce i suoi racconti). Insomma personaggi “Dickiani”, derivati dalla passione viscerale e compulsiva per il maestro della fantascienza Philip K. Dick.

gli sfondi fantascientifici. Fatti di una materia reale però, di fantascenza possibile, in pieno stile Dick (gli estranei alla fantascienza direbbero “Orwelliana”). Di fatto si può quasi dire che Lethem riesca a portare nel romanzo reale la materia con cui Dick ha infarcito i suoi libri di fantascienza (“reale”). E per questo non è un epigono del maestro ma anzì, uno dei più fedeli e capaci seguaci. continua »

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