Flying Lotus Until the quite comes aka calma apparente

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:25 pm

Ammettiamolo, dopo l’ipertrofico Cosmogramma ed il più misurato EP Pattner+Grid abbiamo pensato un po’ tutti che Flying Lotus dovesse fare un passetto indietro, magari in direzione “Los Angeles” (il suo terzo disco), per rendersi un pochino più accessibile ad un pubblico che, non si sa quanto per fattori legati all’hype del personaggio piuttosto che per la sua musica, ormai lo venera (a ragione) a mo’ di Gesù nero della musica eltettronica. Non che Cosmogramma non fosse un discone, anzi, disco-mondo dichiarato già dal titolo, ma qualche eccesso di autocompiacimento lo conteneva.

Il rischio del nipote di John Coltrane dopo CG era quello di chiudersi su se stesso e sui suoi suoni strabordanti come un moderno ermetista, ma dopo diversi ascolti del suo nuovo lavoro “Until the quite comes” posso affermare che il pericolo è definitivamente scampato e che quel passettino indietro, per compierne in definitiva due avanti, è stato effettivamente fatto.
UTQC è senza tema di smentita il disco più accessibile del nostro, quello più melodico, smussato, ma non per questo meno ritmico ed intricato. Semplicemente più fruibile perchè più poetico. Un po’ più cool jazz e meno free. Un po’ più Coltrane che Sun-Ra.

Siamo di fronte forse alla punta massima di jazz elettronico, fatto con pattern di batterie in continua evoluzione, melodie che si intrecciano e si trasformano in colonne sonore da salotto per poi tornare a sporcarsi con storpiature e modificazioni stradaiole, black fino al midollo. E’ un disco caledoscopico che sa mescolare in continuum jazzistico la voce di Erykah Badu (mai così piacevolmente strumentale ed etera) e le soluzioni melodiche di Tom Yorke, il beat potente di una “Sultan’s Request” al funky dopato di “The Nightcaller” fondendo gli xilofoni della magnifica traccia di apertura “all-in” alla rievocazione R&B di “Getting There”.

Nel suo genere (forse un unicum?) il disco perfetto. Un disco che se Miles fosse vivo avrebbe di certo apprezzato e forse prodotto.

Elettronica e jazz fusi in una sintesi perfetta. Chapeau.
Voto 9 (il 10 è di Miles).
Luke

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I beat perduti di Jay Dilla: lost tapes reels

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:23 pm

Il primo giorno di bel tempo da mesi lo inizio con il sound di Jay Dilla: sul piatto gira “Lost Tapes Reels + More” per gentile concessione della label Newyorkese FatBeats che in associazione  con Frank Nitt ed Ma Duke, madre del compianto James Yancey, è riuscita a mettere assieme il più bel disco postumo di Dilla mai uscito fino ad oggi, ricercando tra i beat ancora imprigionati nel suo pc e nel suo campionatore e scovando quelli dell’ultim’ora, quelli probabilmente esclusi per mancanza di spazio o per sovrabbondanza dalla sua opera totale “Donuts” composta sul letto di morte in ospedale ed osannata dal mondo hiphop, house ed electro, come un disco seminale in grado di tracciare nuove strade nella musica composta con i sampler.

Ne è uscito un disco di beat con i fiocchi, roba da far ribaltare dalla sedia per inventiva, groove, pienezza dei suoni. Ascoltarlo è come mangiare soul food ad Harlem, dà le stesse sensazioni di una messa battista, mette la stessa fotta che mette vedere l’afro di Julius Erving involarsi a canestro. E’ essenza black, è Dilla, è Jay Dee, è Detroit.
Il disco tra l’altro si pone come legame perfetto tra hiphop e mondo electro-house, facendo intravedere cosa sarebbe stato possibile se il terribile lupus renale non si fosse portato via il più grande producer moderno nella musica black.

Proculatevelo, è permesso averlo solo in vinile. Pelle d’oca.

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Infinite Jest – lo scherzo infinito di Wallace

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:16 pm

Oggi mi sento pienamente svuotato. Un ossimoro umano. Mi sento privato di una parte di me, del simbionte con cui ho con-vissuto, che ha viaggiato e dormito al mio fianco per quasi 3 mesi, che ogni mattina mi guardava dandomi un appuntamento serale tra le sue pagine.
Ho iniziato a leggere le 1300 pagine che compongono Infinte Jest di David Foster Wallace il 9 dicembre 2011 e l’ho terminato oggi, 6 marzo 2012. Tre mesi sono un tempo considerevole da trascorrere assieme ad un’unica opera, tanto quanto basta per creare una dipendenza da lettura, proprio come David Foster sapeva che sarebbe stato a chi avesse avvicinato il suo romanzo (anche qui sta la genialità del libro). E’ una lettura potente, intossicante, in grado di diventare essa stessa lo scherzo infinito del titolo non foss’altro per la sua struttura circolare: un libro che parte con un flashforward e termina con un flashback, un loop continuo di letteratura che sfonda i limiti dei generi, che apre porte su molti mondi, che dà voce agli sguardi obliqui.

Infinite Jest è una summa enciclopedica di generi e di stili. E’ romanzo distopico, fantascientifico, storico, è saggio sportivo, sociologico e filosofico. E’ il racconto dei nostri tempi, delle tante voci che oggi possono raccontare il mondo dandone la propria personale visione. E’ un romanzo coralmente umano. Eppure è retto da un plot scarno, essenziale e riassumibile molto velocemente. Perchè David Foster Wallace non necessità di plot complicati. Al contrario è la sua capacità descrittiva, la sua totale ossessione per il dettaglio trascurabile (oltre 200 pagine sono note dell’autore) a rendere complesso e stratificato un canovaccio che parla di dipendenza da droghe, talento, sogno americano, prevaricazione, sesso, affetti, televisione, socialità, fobie, tennis. Che narra delle possibili evoluzioni delle tencologie (è stato scritto nel 1996 ma noi che lo leggiamo oggi abbiamo già vissuto ciò che Wallace anticipava su questo argomento), di tempo sponsorizzato, di infiniti modi per alienarsi da se stessi e dagli altri.

Infinite Jest è un’opera unica nel suo genere che potrei avvicinare solo a Canti del Caos di Moresco per la sua capacità di interpretare l’umanità come universo e di dare voce ad ogni piccola sfacettatura umana. In pratica contiene veramente tutto ciò di cui avreste sempre voluto leggere. O almeno questa è la sensazione. Per questo terminarlo lascia un senso di vuoto. Oltre al fatto che la sua interpretazione completa e compiuta non sembrerebbe essere raggiungibile.
E’ inoltre una lettura estremamente (meta) fisica. La pesantezza stessa del libro in termini gi grammi impone una certa presenza e forza nell’affrontare la lettura. Le parole sono piccole, le pagine sottili: richiedono uno sforzo consapevole.
Eppure è tutto così bello, così epico.

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Cosa ti separa dal tuo Sunset Limited?

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:14 pm

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Jonathan Lethem – Io e Philip Dick

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:12 pm

E’ uscito da qualche mese un diario/racconto sui generis di uno dei più grandi autori americani contemporanei: Jonathan Lethem. Quel Jonathan Lethem di alcuni romanzi-capolavoro come “La fortezza della solitudine“, “Amnesia Moon”, “Brooklyn senza madre”, in cui cultura alta e cultura “bassa”, di strada, si intrecciano in modi del tutto nuovi, come solo uno scrittore di grande competenza stilistica e capacità narrative che sia al contempo un divoratore di romanzi pulp e fumetti underground può riuscire a fare. Lethem possiede alcune delle caratteristiche che personalmente più apprezzo in uno scrittore, per non dire nella letteratura in generale, provo qui ad elencarle.

le ambientazioni sono realistiche, urbane, claustrofobiche ma anche possibiliste e futuribili, fanno da gabbia ma anche da tranpolino di lancio per sogni, interpretazioni. New York è quindi la città per eccellenza in cui si ambientano la maggiorparte dei suoi scritti (Brooklyn in particolare, quartiere di cui Lethem è originario). Si tratta però di ambientazioni cupe, stradaiole, in cui i personaggi paranoici ed insicuri si muovono a tentoni pur conoscendone di fatto strade e situazioni principali.

- i personaggi paranoici, sospettosi e alla continua ricerca di un senso di se nel mondo, solipsistici a volte, di certo con mille sindromi, problematici, che non sanno a volte discernere cosa sia realtà e cosa finzione (elemento tra l’altro di meta narrazione con cui Lethem infarcisce i suoi racconti). Insomma personaggi “Dickiani”, derivati dalla passione viscerale e compulsiva per il maestro della fantascienza Philip K. Dick.

gli sfondi fantascientifici. Fatti di una materia reale però, di fantascenza possibile, in pieno stile Dick (gli estranei alla fantascienza direbbero “Orwelliana”). Di fatto si può quasi dire che Lethem riesca a portare nel romanzo reale la materia con cui Dick ha infarcito i suoi libri di fantascienza (“reale”). E per questo non è un epigono del maestro ma anzì, uno dei più fedeli e capaci seguaci. continua »

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Una scorpacciata di anatra all’arancia meccanica. By Wu-Ming

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:10 pm

E’ uscito da qualche settimana un libro che considero già imprescindibile per chi ha vissuto gli anni zero ed ama gli sguardi obliqui, quelli insoliti, quelli da prospettive sui generis in grado di inquadrare diversamente e con lucida amarezza quanto sana ironia, i tempi in cui viviamo ed abbiamo appena vissuto. Il libro si intitola “Anatra all’arancia meccanica” è edito da Einaudi ed è scritto dal quartetto di scrittori (semi) anonimi Wu-Ming. Dentro ci sono finiti scritti, racconti e saggi tratti da 10 anni di pubblicazioni on-line o in antologie varie. Racconti che se letti assieme ci narrano, sfiorandoli abilmente, gli accadimenti più rilevanti degli anni 2000. Alla maniera dei Wu Ming chiaramente, tra sci-fiction e non-fiction.

Questo un passo della bellissima prefazione scritta da Tommaso de Lorenzis:

“Dunque, Anatra all’arancia meccanica non fa sconti. A distanza dalla rappresentazione più ovvia, ostentando un plurilinguismo scoppiettante, procedendo da osservatori inusuali, battendo percorsi indiretti, affronta le questioni cruciali del nostro tempo. Racconta il disordine ambientale, il transito dei migranti, l’eccedenza delle storie, l’isteria securitaria, l’intolleranza microfisica, la «micromegalomania» narcisistica, la condizione del lavoro intellettuale. Presenta il decesso di un’epoca marchiata a fuoco da guerre e disastri. Assume con elegante riserbo ciascuna delle sconfitte maturate nel corso di questo decennio e ha lo stile di non vendere la consolazione a buon mercato dell’“avevamo ragione”.

Consigliatissimo.

Luke

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Interni di Ausonia: un capolavoro trascendentale

pubblicato da: etymoadmin - 21 giugno, 2013 @ 4:09 pm

Ho terminato oggi in una giornata dedicata alle lettura il terzo capitolo di INTERNI, saga a fumetti ideata dall’artista toscano Ausonia. Ora posso ufficialmente affermare che si tratta di uno dei più bei fumetti di sempre. L’impalcatura che sorregge la trama è abbastanza semplice e portata avanti con relativa linearità nei primi due episodi…ma è nel terzo libro che tutto diventa chiaro, che tutto si complica, che i piani di realtà, finzione, lettura e scrittura si confondono in un meta fumetto che fa sognare e ragionare tantissimo chi lo approccia.

Nel raccontare la storia di uno scrittore di successo (un insettoide) stufo della gloria procuratagli dallo scrivere noiosi best seller, Ausonia ci porta all’interno della sua testa dove un editor mentale con il quale arriverà a scommettere di bruciare realmente tutte le sue tavole originali, lo spinge continuamente al confronto con il suo io, con le ragioni del suo essere, del suo scrivere e disegnare. Ne escono pagine bianche di solo testo in cui l’autore riflette sulla riproducibilità dell’opera stessa, sul significato sia per lo scrittore che per il lettore, di tendere alla ricerca di storie finite, che abbiano un senso di per se e quindi finte, lontane dall’infinito inseguire l’infinito della vita. Aus arriva quindi a parlare del senso stesso delle storie, della vita, del concetto di fine nelle opere artistiche. Lo fa passando da tavole a fumetti ad immagini fotografiche, parlando di se stesso come narratore e come schiavo del sistema consumistico fumettistico. E in una catarsi da brivido e commozione riesce pure a vincere la scommessa con il suo editor mentale bruciando tutte le sue tavole, fotografando l’atto e pubblicando tutto nel suo fumetto che è anche biografia, che è vita. La storia dell’insetto scrittore portata avanti per 2 volumi si perde quasi sullo sfondo di tutto questo per poi riprendersi nella pagine finali e contribuire a tirare le somme di quanto letto attraverso le 481 pagine dell’opera.

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