CAPPUCCETTO ROSSO E LA BUROCRAZIA: chi vince?

pubblicato da: Lucia Ferrai - 8 gennaio, 2015 @ 4:30 pm

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Cosa accadrebbe ai personaggi di Cappuccetto rosso se la storia fosse ambientata nella nostra era di burocrazia organizzata?

Ecco la storia..

C’era una volta una simpatica bambinella chiamata Cappuccetto Rosso, che doveva portare un cesto di vivande alla sua nonnetta (era infatti andato perduto il precedente pacco inviato tramite Poste Italiane s.p.a.).

Cappuccetto, per arrivare a casa della nonna, doveva attraversare un bosco buio e pericoloso.  All’ entrata della foresta si imbatté in un misterioso personaggio, che gli intimò di fermarsi:

– Sono il vigilante Zelante. Esibisca regolare permesso di libera circolazione ZTL per zona boschiva a traffico limitato, prego.

Cappuccetto rosso si strinse nella vergogna e disse:

– Signor Zelante, mi trovo malauguratamente sprovvista del summenzionato documento. Mi reco repentinamente all’ufficio conforme alla suddetta domanda che or ora mi ha gentilmente inoltrata verbalmente.

Cappuccetto rosso si precipitò in paese per farsi fare il permesso.

Nel frattempo un cattivissimo lupo raggiunse la casa della nonna, intenzionato a mangiarsi la vecchietta. Il lupo aprì le fauci per papparsela, ma improvvisamente intervenne il vigilante:

– Sono il Vigilante Zelante. Signor Lupo, prima di mangiarsi la nonna, ho il dovere civile di informarla di un fatto. Non vedo alcun codice di tracciabilità del prodotto alimentare!

Il lupo rimase attanagliato dal dubbio. Aveva una certa coscienza alimentare e prediligeva il made in italy. La nonna approfittò per scappare in paese e, già che c’era, recarsi a ritirare la pensione alla Posta.

Improvvisamente comparve un cacciatore dall’animo buono. Capite le intenzioni malvagie del lupo, impugnò lestamente il fucile e glielo puntò contro. Era deciso a sparare, ma il vigilante lo bloccò:

– Sono il vigilante Zelante. Presenti valida licenza di porto d’armi, unitamente a n.2 fotografie in formato fototessera aggiornate a tempo corrente.

– Per Giove Pluvio – rispose tremolante il cacciatore – tuttora non sono in possesso delle fotografie in oggetto, ma provvedo celermente ad inviarle tramite allegato mail di cui segue.

Il cacciatore corse veloce veloce al computer di casa.

– Quanto a lei, signor Lupo – proseguì il vigilante Zelante – per potere ivi restare, in casa della nonna, dovrebbe adoprarsi per la dotazione di usufrutto di codesta abitazione. Il lupo decise di andarsene con la coda fra le gambe.

Il vigilante Zelante sorrise soddisfatto per aver concluso un giorno lavorativo di indagine accurata, nel rispetto delle norme vigenti.

Nonna, lupo, cacciatore e Cappuccetto (esausti) non riuscirono più a trovarsi. La fiaba non poté giungere a lieto fine. Anzi: non ebbe alcuna fine, essendole impedito l’inizio. A questo riguardo, i nostri protagonisti inviarono un’estesa newsletter in cui esprimevano rammarico per la loro inadempienza. Purtroppo però le mail finirono nello spam.

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“CERCHI DI ETICHETTARMI? TI DISTRUGGO”

pubblicato da: Lucia Ferrai - 5 novembre, 2014 @ 11:28 am

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Ci sarebbe molto da dire sul film Divergent (Neil Burger 2014). Dagli echi della Repubblica di Platone alla splendida interpretazione di Shailene Woodley.

Ciò che più colpisce e commuove è l’idea di fondo, semplice quanto vera: quando la società o le ideologie tentano di incasellarti per dominarti meglio, finiscono per creare pericolose o bellissime divergenze.

Iniziamo però dalla trama del film. La pellicola è ambientata nel tipico scenario futurista e dispotico: la società, in seguito ad una catastrofe globale, ha diviso la popolazione in cinque rigide fazioni: gli abneganti, i rigidi, i candidi, gli intrepidi e gli eruditi. Ogni anni i sedicenni decidono a quale fazione aderire, in seguito ad un test che dovrebbe rivelare a cosa sono destinati. Una volta attuata la scelta, non si torna più indietro e si è costretti ad abbandonare la famiglia per seguire lo scopo comune. Ovviamente in quest’assetto sociale ci sono anche gli esclusi, coloro che non si adeguano a nulla e vivono ai margine dello splendore sociale ormai prestabilito. La protagonista Beatrice si rivela ben presto un caso anomalo. Il test, infatti, rivela che è una divergente: una ragazza che potrebbe appartenere a ben tre fazione diverse. Insomma si tratta di una personalità che non si adegua a nulla. Lungi dall’essere vista come una ricchezza, la divergenza è subito un problema. La società considera dannosa la sua pericolosa identità. La sua diversità, la sua flessibilità ed il suo spirito ribelle non sono controllabili, etichettabili, incanalabili secondo le esigenze del potere. La vicenda, che non vi anticipo, si evolve in una lotta per il potere sventata unicamente dalla forza dell’amore.

Veniamo dunque al tema saliente della storia: è impossibile, per le filosofie o per la società, mettere gli individui in strette categorie. La natura umana è troppo complessa, troppo incredibilmente complicata ed assurda, per rientrare in una definizione. Ogni persona è un grumolo di desideri contraddittori difficili da capire. Quando gli altri cercano di giudicarti, soprattutto quando lo fanno in modo ipocrita e superficiale, dimenticano quante piccole sfumature ogni persona racchiude dentro sé. Bisogna conoscere prima di giudicare e conoscere a fondo. Allora cercachiamo TUTTI di scordarci di giudicare una persona dalla prima occhiata: la sua vera anima sfuggirà al nostro distratto occhio.

Le stesse occhiate superficiali le dà la società in generale, ma il suo scopo è più profondo: metto un’etichetta sulla persona, così so dove posso collocarla nello scaffale. Posso usarla meglio, posso dominarla. Non è così semplice: se fai questo, cara società, ti distruggeranno (come accade nel film).
Ora la domanda da farsi è questa: chi sono oggi, in questo preciso istante ed in questo preciso mondo, i divergenti? Chi sono gli esclusi? La domanda che mi sono fatta alla fine del film è: sono una divergente? Sono incasellabile oppure no? In che cosa cercano di incanalarmi? In positivo o in negativo?

Voi cosa vi sentite di essere? Divergenti? Esclusi?

Una società vera è sempre possibile. Una società vera è quella in cui le divergenze sono considerate un valore e creano tantissimi percorsi che si intrecciano. Le divergenze possono diventare convergenze. Sarebbero meravigliose, lo dice la stessa antagonista di Beatrice quando la incontra:

“Non fraintendermi, c’è della bellezza nella tua resistenza, nel tuo rifiuto ad essere inquadrata, ma è una bellezza che non possiamo permetterci.”

Per noi ora, invece, è una bellezza che dobbiamo permetterci, una resistenza possibile. Altrimenti nell’animo umano salirà sicuramente un rigetto: cerchi di etichettarmi? Ti distruggo.

 

 

 

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PER ESSERE FELICI BASTA LA COCA (cola)

pubblicato da: Lucia Ferrai - 6 ottobre, 2014 @ 5:02 pm

 

Devo dire che sono proprio un’idiota. La soluzione di tutta la mia vita era così facile, così trasparente! Ha addirittura le bollicine!- Per essere felici basta la Coca – ci suggerisce uno spot famosissimo: “Coca Cola, stappa la felicità” (vedi il link sopra e sotto).

Millenni e millenni di poesie, di romanzi, di studi filosofici per indagare cosa sia (e come si raggiunga) la felicità ed invece è tutto molto più semplice: bisogna non pensarci e ingrassarsi di Coca Cola! Povero Platone, povero Aristotele, poveri gli stoici, povero Leopardi… sono vissuti prima della Coca Cola e così si sono messi a blaterare sull’animo umano! Parlano di grandi desideri d’infinito mentre basta finire (la bottiglia).

Ma perché allora non prendiamo tutti una Coca Cola e andiamo dal nostro vicino, con cui da anni non andiamo d’accordo, per fare la pace? Anzi, pensiamo in grande, portiamo la Coca Cola nelle zone di guerra, sui campi di battaglia: ogni malinteso finirà al grido “mettete la Coca nei vostri cannoni!”. Condividiamo la Coca Cola davanti alle Chiese e alle Moschee! Cristiani e Musulmani si stringeranno le mani e faranno a gara giocosamente per assicurarsi che nelle etichette rosse della buona bevanda compaia il nome Abdul vicino a Giuseppe Maria! Tra l’altro: io sono proprio importante per la Coca Cola. Addirittura ogni tanto stampano il mio nome (nome che hanno milioni di altre persone in Italia) e lo mettono sulla loro fascinosa etichetta. Così posso comprarlo ed essere felice.

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SONO DENTRO UN CUBO E NON LO SAPEVO

pubblicato da: Lucia Ferrai - 29 settembre, 2014 @ 10:09 am

Sono dentro un cubo

Prima di procedere alla recensione di The Cube premetto che ho avuto un’infanzia felice e non ho alcun disturbo antisociale. Le idee seguenti derivano da una riflessione serena ed elaborata in possesso delle mie piene facoltà mentali.

Detto questo, vi faccio una domanda. Avete avvertito un vago senso di oppressione, un sedimento in fondo allo stomaco, la sensazione di essere soffocati da qualcosa di indefinito? Vi siete mai sentiti imprigionati o incasellati nelle etichette della nostra rispettabilissima società? Se alle precedenti domande avete risposto sì: The Cube è il film che fa per voi.

The Cube parla proprio di questo: siamo tutti chiusi dentro una scatola invisibile e non troviamo il maledetto coperchio.

Andiamo per gradi. Per chi non l’avesse visto, The Cube è un film di Vincenzo Natali del 1997 (genere horror-fantascienza). L’idea è fra le più allucinanti che possa partorire la mente umana: un gruppo di persone è imprigionato in una stanza cubica, senza minimamente sapere il perché. Questa stanza conduce ad altre stanze in diverse direzioni, ma la maggior parte sono trappole mortali che sbudellano, abbrustoliscono o spruzzano acido. Gli unici indizi per i protagonisti sono le serie di numeri riportati in ogni settore. Fortunatamente una giovane matematica intuisce la soluzione: le stanze sicure sono indicate da numeri primi e seguendoli si raggiunge l’uscita.

Non svelo la conclusione del film. Non dico molto nemmeno sugli intrecci che si creano fra gli di internati. Accenno solamente a questo: la cooperazione non è necessariamente un attributo dell’essere umano. In situazioni di stress, sembra dire il film, può emergere la parte animale di noi e, se si tratta di sopravvivenza, il comandamento Non Uccidere diventa un vago ricordo della catechesi.

Arriviamo al vero nucleo del film. Tutti gli spettatori sani di mente si domandano ad ogni scena: chi ha creato il cubo e perché? I protagonisti del film accennano qualche ipotesi: o è stato costruito dal governo per qualche folle esperimento sociale, oppure è il sadico gioco di un riccone psicotico.

In questo momento viene però introdotta la rivelazione più sconvolgente: uno dei prigionieri confessa di aver progettato l’involucro esterno dell’edifico. Non sa dire altro: tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione dell’edificio si sono dedicati a singoli dettagli, senza conoscere né il progetto nel suo complesso né gli scopi reconditi (La domanda ora è: l’ingegnere è innocente o colpevole?).

Poi ho avuto l’illuminazione: la società stessa funziona così. Io non sono altro che un piccolo bullone della grande macchina e sono sospinta al movimento da altri bulloni uguali a me. Come l’ingegnere non ho la visione d’insieme del meccanismo sociale. Anzi mi concentro sui “dettagli” (la quotidianità, il lavoro, i piccoli sforzi giornalieri) e sono totalmente incapace di comprendere come si regoli la società nel suo insieme.

Ma veniamo ora agli aspetti più confortanti. Anzitutto il cubo, così come la società, non funziona senza il contributo individuale. Insomma: esiste un piccolo “potere del bullone nei confronti della macchina di bulloni”. La considerazione più interessante, però, è questa. Nel film chi ha costruito il cubo è riuscito a farlo esclusivamente perché le diverse persone che vi si sono dedicate erano divise. Il cubo-società ha l’interesse a mantenere divise le persone che lavorano alla sua costruzione, poiché questo contribuisce alla sua stessa sopravvivenza. La comunicazione con l’altro implica non essere dominati dal cubo.

Insomma: sono dentro un cubo e non lo sapevo, ma la condivisione è l’uscita.

 

L’oracolo robot

 

 

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Noi esseri umani siamo questo.

pubblicato da: Lucia Ferrai - 4 agosto, 2014 @ 10:11 am

 

Senza fiato.

Un video che dice molto più di tante parole sull’uomo e la natura.

 

Animation created in Flash and After Effects looking at mans relationship with the natural world.Music: In the Hall of the Mountain King by Edvard Grieg.Copyright © 2012 www.stevecutts.com

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L’oracolo è un computer

pubblicato da: Lucia Ferrai - 28 marzo, 2014 @ 2:45 pm

 

 

Poter conoscere il futuro si è sempre rivelata una prospettiva allettante per l’uomo. Sbrogliare le viscere del destino: un piatto allettante per l’anima umana, così affamata di conoscenza.

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Fin dai tempi remoti sono esisti gli oracoli. Nell’Antica Grecia molti uomini si affidavano alle parole della Pizia, una donna “pura” (casta?) che pronunciava parole oscure al santuario di Delfi, anche chiamato “l’ombelico del mondo”. Le profezie, bisogna ammetterlo, erano pronunciate in uno stato di alterazione, prodotto da alcuni “dolci vapori”. Tra l’altro venivano attuate solo dopo il sacrificio di un capretto, dal cui ventre sgozzato si ricavava il fegato per consultarne i presagi.

Al tempo presente è scomparso quest’alone sacro e macabro (anche se qualcuno, ancora, si fa leggere la mano da una chiromante succhiasoldi). Le profezie sono più nascoste, più flebili, più razionali e più raffinate. Oggi il futuro si trova fra i bit dei nostri computer. Infatti, è la tecnologia che dice cosa siamo e saremo. La tecnologia ha già  preso possesso del nostro lavoro, attraverso i pc. Si è già intrufolata nel nostro modo di gestire i rapporti sociali, attraverso i cellulari. Occupa un posto preminente nel nostro tempo libero, attraverso la televisione. La tecnologia è quasi ovunque, tranne che nei nostri sogni. E il nostro pensiero? Come influisce la tecnologia su ciò che pensiamo e viviamo? Le idee non sono libere. Il pensiero non è indipendente, il pensiero è influenzato dai mezzi con i quali viviamo il contesto in cui nascono quegli stessi pensieri. Come all’inizio dell’evoluzione: il primitivo ha usato il bastone e, usarlo, ha prodotto in lui altri pensieri che prima non esistevano. Lo stesso accade per il computer: ci fa produrre idee diverse perchè abbiamo un mezzo diverso con il quale produrle.

Tutto questo non deve essere necessariamente un male: basta solo riconoscerlo. E piazzarsi davanti all’oracolo robot (la tecnologia) e domandargli: chi siamo? chi saremo? Il futuro è lì, basta interrogarlo. 

Voi cosa ne pensate? La tecnologia ha in mano il nostro futuro di esseri pensanti?

Lucia Ferrai

 

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