SONO DENTRO UN CUBO E NON LO SAPEVO

pubblicato da: Lucia Ferrai - 29 settembre, 2014 @ 10:09 am

Sono dentro un cubo

Prima di procedere alla recensione di The Cube premetto che ho avuto un’infanzia felice e non ho alcun disturbo antisociale. Le idee seguenti derivano da una riflessione serena ed elaborata in possesso delle mie piene facoltà mentali.

Detto questo, vi faccio una domanda. Avete avvertito un vago senso di oppressione, un sedimento in fondo allo stomaco, la sensazione di essere soffocati da qualcosa di indefinito? Vi siete mai sentiti imprigionati o incasellati nelle etichette della nostra rispettabilissima società? Se alle precedenti domande avete risposto sì: The Cube è il film che fa per voi.

The Cube parla proprio di questo: siamo tutti chiusi dentro una scatola invisibile e non troviamo il maledetto coperchio.

Andiamo per gradi. Per chi non l’avesse visto, The Cube è un film di Vincenzo Natali del 1997 (genere horror-fantascienza). L’idea è fra le più allucinanti che possa partorire la mente umana: un gruppo di persone è imprigionato in una stanza cubica, senza minimamente sapere il perché. Questa stanza conduce ad altre stanze in diverse direzioni, ma la maggior parte sono trappole mortali che sbudellano, abbrustoliscono o spruzzano acido. Gli unici indizi per i protagonisti sono le serie di numeri riportati in ogni settore. Fortunatamente una giovane matematica intuisce la soluzione: le stanze sicure sono indicate da numeri primi e seguendoli si raggiunge l’uscita.

Non svelo la conclusione del film. Non dico molto nemmeno sugli intrecci che si creano fra gli di internati. Accenno solamente a questo: la cooperazione non è necessariamente un attributo dell’essere umano. In situazioni di stress, sembra dire il film, può emergere la parte animale di noi e, se si tratta di sopravvivenza, il comandamento Non Uccidere diventa un vago ricordo della catechesi.

Arriviamo al vero nucleo del film. Tutti gli spettatori sani di mente si domandano ad ogni scena: chi ha creato il cubo e perché? I protagonisti del film accennano qualche ipotesi: o è stato costruito dal governo per qualche folle esperimento sociale, oppure è il sadico gioco di un riccone psicotico.

In questo momento viene però introdotta la rivelazione più sconvolgente: uno dei prigionieri confessa di aver progettato l’involucro esterno dell’edifico. Non sa dire altro: tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione dell’edificio si sono dedicati a singoli dettagli, senza conoscere né il progetto nel suo complesso né gli scopi reconditi (La domanda ora è: l’ingegnere è innocente o colpevole?).

Poi ho avuto l’illuminazione: la società stessa funziona così. Io non sono altro che un piccolo bullone della grande macchina e sono sospinta al movimento da altri bulloni uguali a me. Come l’ingegnere non ho la visione d’insieme del meccanismo sociale. Anzi mi concentro sui “dettagli” (la quotidianità, il lavoro, i piccoli sforzi giornalieri) e sono totalmente incapace di comprendere come si regoli la società nel suo insieme.

Ma veniamo ora agli aspetti più confortanti. Anzitutto il cubo, così come la società, non funziona senza il contributo individuale. Insomma: esiste un piccolo “potere del bullone nei confronti della macchina di bulloni”. La considerazione più interessante, però, è questa. Nel film chi ha costruito il cubo è riuscito a farlo esclusivamente perché le diverse persone che vi si sono dedicate erano divise. Il cubo-società ha l’interesse a mantenere divise le persone che lavorano alla sua costruzione, poiché questo contribuisce alla sua stessa sopravvivenza. La comunicazione con l’altro implica non essere dominati dal cubo.

Insomma: sono dentro un cubo e non lo sapevo, ma la condivisione è l’uscita.

 

L’oracolo robot

 

 


1 commento
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  1. Devi leggere un testo di Beckett che mi sembra si intitoli lo spopolatore…angoscia ma è splendido

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