Decreto “Sblocca Italia” e misure urgenti in materia di energia . Urgenti per chi?

pubblicato da: marco - 29 settembre, 2014 @ 3:29 pm

Decreto “Sblocca Italia” e misure urgenti in materia di energia

Decreto “Sblocca Italia” e misure urgenti in materia di energia .
Nel recente decreto “sblocca Italia”, al capo IX, articoli 36,37 e 38, si parla di misure urgenti in materia energetica. Peccato, però , che di energia si parli veramente poco, se non per nulla, poiché si trovano riferimenti solamente agli idrocarburi e alle possibilità di effettuare campagne di ricerca nei territori e nei mari dello Stato. Non si capiscono i motivi per i quali, questo governo, non abbia inserito in questo decreto anche la possibilità di esplorare nuove vie per le risorse rinnovabili, quali acqua, vento e sole.
Il nostro paese è dotato di molte coste, al largo delle quali vi sono correnti d’aria che definire “interessanti” energeticamente è davvero riduttivo; al largo di tali coste, infatti, la presenza quasi costante di valori significativi  di movimenti eolici, sarebbe tale da giustificare insediamenti  di produzione di energia da fonte eolica. Tali insediamenti risulterebbero notevolmente preziosi per la tutela del mare dal punto di vista ambientale, niente trivellazioni dannose, impatto visivo pressoché nullo se installati a debita distanza dalla costa. Se andiamo in Danimarca, a Middengrunden , troviamo, ad esempio, un parco eolico off-shore (fuori costa) che è scarsamente visibile dalla costa, quindi salvaguardando anche l’aspetto impattante; la Danimarca, ormai sempre più frequentemente nel corso dell’anno, raggiunge il suo soddisfacimento energetico grazie agli impianti eolici.
Altra questione potrebbe essere tirata in campo con gli impianti fotovoltaici; finita l’era degli incentivi megagalattici che hanno dato modo alle multinazionali di arricchirsi e speculare, sarebbe forse ora di programmare investimenti sul fotovoltaico mirato esclusivamente al fabbisogno energetico puntuale delle piccole-medie imprese e dei privati; si potrebbe, così, incentivare e sviluppare una sorta di democrazia energetica, con risparmi notevoli sugli idrocarburi, che regolarmente importiamo e strapaghiamo da altri paesi.  Le aziende ne avrebbero un doppio beneficio: riduzione dei costi dell’energia per la propria attività, dati i minori prelievi dalla rete e defiscalizzazione dell’investimento effettuato per l’impianto. Ne trarrebbe beneficio anche lo Stato, che vedrebbe incrementate fatturazioni per installazioni impiantistiche e manutenzioni, con il conseguente gettito IVA aumentato, nonché con le tasse maggiori delle imprese realizzatrici; ne trarrebbe beneficio l’occupazione, soprattutto giovanile, che potrebbe vedere incrementi di posti di lavoro stimati già alcuni anni fa in circa 150.000 nuovi impieghi nel settore elettrico-elettronico; ne trarrebbe beneficio l’ambiente, che vedrebbe minori consumi di idrocarburi, minori emissioni di gas inquinanti e, quindi, migliore qualità dell’aria.
Ulteriore sviluppo sostenibile potrebbe essere quello di incentivare il micro-idroelettrico; in questo settore ci sarebbe spazio per notevoli insediamenti in piccoli siti e, tali interventi, potrebbero anche essere una buona via per prendere in mano la situazione idrogeologica italiana, avviando un serio monitoraggio dei corsi d’acqua, sia per rilevare potenzialità energetiche, ma anche per calibrare eventuali interventi di assestamento e messa in sicurezza dei corsi d’acqua medesimi.
Con questo decreto, invece, si è dato spazio a percorsi che di sostenibile hanno davvero poco; percorsi che hanno costi elevatissimi, poiché campagne di rilievi e, poi, di “coltivazione”(termine tecnico, ma che a me piace davvero poco, in quanto trattasi di sfruttamento di giacimenti, a rischio elevato di inquinamento ambientale) dei giacimenti non danno la garanzia di ritorni economici e produttivi tali da essere supportati. Il nostro Paese ha risorse naturali incredibili, in termini di sole, vento e acqua, ma ancora una volta non siamo in grado di cambiare rotta, incentivando e promuovendo settori  reali della “green economy”, che potrebbero creare nuovi posti di lavoro e prospettive di lunga durata.
Un decreto “sblocca Italia” che, per la parte energetica, sicuramente presenta molte ombre e poche, davvero poche luci; mi risulta difficile credere in un governo che acclama gradi cambiamenti, che vuole incentivare lo sviluppo “green”, che vuole proporre nuovi posti di lavoro e nuovi percorsi per lo sviluppo economico e,poi, per contro, decreta come prioritarie per lo sviluppo energetico italiano campagne di trivellazioni  per la ricerca di idrocarburi che, ammesso che vengano trovati, avranno costi elevatissimi sia per la realizzazione degli eventuali impianti di prelievo e raffinazione, sia per la gestione ambientale.
Ancora una volta prevalgono i proclami, ma nulla di nuovo sotto il “sole” italiano, che perde un’altra occasione per lanciare una vera ripresa economica.  Difficile davvero pensare di cambiare prospettive, in un Paese arenato su percorsi insostenibili; se davvero si vuole crescere, è necessario cambiare radicalmente e anche “dolorosamente”, come ha detto Renzi qualche giorno fa; ma, non è ben chiaro per chi debbano essere i dolori! Non certo per le solite multinazionali petrolifere che continueranno a godere dell’appoggio di un governo che sta letteralmente tradendo tutte le aspettative.

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Daniza e il Trentino che non c’è!

pubblicato da: marco - 12 settembre, 2014 @ 1:08 pm

La vicenda di mamma orsa ha messo in evidenza alcuni aspetti del Trentino, non sicuramente i migliori.

Non vi è dubbio che viviamo in un momento storico difficilissimo per il lavoro sempre più scarso e un’economia disastrata che, anche qui da noi, sta arrancando e determina situazioni di grave disagio nelle famiglie.

Ma la vicenda di Daniza risulta quanto mai emblematica di un sistema che vede al centro di tutto, l’egoismo e la spregiudicatezza dell’uomo nel gestire ciò che lo circonda. Fin dall’inizio, la storia è stata gestita frettolosamente e con grande superficialità, complice un approccio verso i problemi ambientali ormai, purtroppo, molto radicato nella classe politica. Ogni problema che riguarda l’ambiente e la biodiversità sembra dover trovare soluzione con metodi drastici e di rimozione e, appunto, l’esempio di mamma orsa, letteralmente levata di torno dal suo habitat naturale rappresenta l’apice di questo modus operandi.

Ecco perché si critica fortemente il provvedimento di cattura e,poi, il susseguente “incidente” che ha portato al decesso di Daniza.

La politica si fa carico di inserire nei propri programmi elettorali iniziative e proposte che mirano a tutelare l’ambiente e la biodiversità, ma poi, in realtà, si continua a lavorare con metodi che sono in chiara antitesi con ciò che si proponeva.

La vicenda di mamma orsa rischia di diventare un pericolosissimo fermo immagine indelebile di un Trentino “contro natura”, di un Trentino che getta letteralmente alle ortiche un’immagine ambientalista che si è cercato di costruire nel tempo; ecco perché la vicenda in questione assume un’importanza essenziale per il nostro territorio, ecco perché non possiamo limitarci ad archiviare la vicenda con analisi superficiali e banali.

Non possiamo limitarci ad analizzarla, come ha fatto il presidente Rossi, comparandola ad altre ben più gravi tragedie come quella delle suore trucidate; questa visione distorta della vicenda tende a sviare dalla reale conseguenza che la morte di Daniza avrà sull’economia turistica di un Trentino che, in questo momento, appare come un luogo di morte per chi non sta alle regole dell’uomo! Noi sappiamo che non è così, ma fuori non ci vedono con i nostri occhi; e,forse, non hanno tutti i torti viste le scelte che la politica, in questi ultimi anni ha fatto: un’inceneritore fermato solo dalle associazioni e da piccole realtà politiche ambientaliste, un forte incremento impiantistico per lo sci in posti naturalistici meravigliosi, una TAV in corso di realizzazione e, per ultima, una gestione del progetto LifeUrsus che definire pressapochistica e superficiale è volere essere diplomatici.

Il Trentino deve davvero cambiare marcia nella gestione territoriale e ambientale, ma lo deve fare con una mentalità diversa, non elettoralistica e di convenienza; ma, per fare ciò, è necessario uscire dal guscio dell’arroganza e della supponenza di una politica locale chiusa a riccio su temi come la salvaguardia ambientale e la tutela della biodiversità; temi di cui molti politici attuali non sanno nemmeno discutere, troppo presi a tutelare interessi di bandiera di questa o quella categoria che rappresenta un bacino di voti significativo. Avremmo davvero bisogno di politici “visionari”, che abbiano a cuore una progettualità sostenibile reale; ma ora, abbiamo solo evidenziato l’incapacità politica di valutare correttamente causa-effetto di un provvedimento assurdo, che ha portato ad un evento altrettanto assurdo e molto, molto pericoloso per il nostro Trentino.

E chi non riesce a capire ciò che davvero significa quello che è successo, dimostra di non aver capito realmente quello che l’uomo sta facendo all’ambiente in cui vive e non capisce che l’immagine che diamo fuori è devastante anche per la nostra economia turistica.

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Serve un cambio radicale, direi epocale e culturale.

pubblicato da: marco - 18 agosto, 2014 @ 3:17 pm

Mentre prendiamo atto che il nostro Paese non è solo nella stagnazione,e di questo non possiamo certo gioire, vorrei porre qualche riflessione su alcuni temi, giusto per tentare di capire come si potrebbero individuare percorsi nuovi.
Nella mia attività professionale riscontro quotidianamente una radicata ricerca “dell’aiutino” pubblico; la prima cosa che mi viene chiesta, quando propongo di investire nel settore energetico, sia per risparmiare, sia per auto produrre il proprio fabbisogno funzionale all’attività produttiva,riguarda la presenza di possibili finanziamenti pubblici. Nella maggior parte dei casi ormai i contributi pubblici sono finiti e qui, la stragrande maggioranza degli imprenditori si ferma e tende ad aspettare “tempi migliori”. Tempi superati, non solo per la crisi, ma anche perché è necessario ridare piena autonomia alle imprese, senza interagire troppo con interventi economici diretti, che non possono più essere sostenuti dalla collettività.
Nel settore energetico, con particolare riferimento alla produzione di elettricità, molti errori sono stati fatti nel passato. A partire dall’incentivazione smisurata, letteralmente regalata alle lobbies energetiche, con il famoso “secondo conto energia” del settore fotovoltaico; basti pensare che le grandi multinazionali hanno investito miliardi di euro per fare centrali fotovoltaiche, traendo profitti incredibili ripartiti tra gli azionisti, guarda caso magari proprio alcuni di quei politici che avevano preparato il terreno; 0,42 euro per kwh prodotto, cioè una centrale di 2,5 MGW può dare circa 3 ML di euro di introiti all’anno, con una spesa iniziale  di circa 4/5 ML; in meno di due anni si è ripagata, dove trovare possibilità migliori di investimento? Qui abbiamo attratto investitori per forza!

Ma investimenti del tipo mordi e fuggi, senza prospettive per lo sviluppo collettivo. Guadagni e margini assurdi, sostenuti da una politica incredibilmente asservita a queste lobbies che la sostengono a sua volta. Finiti gli investimenti per le grandi multinazionali, sono stati tolti tutti gli incentivi, compresi quelli per i piccoli utenti, che avrebbero invece creato una filiera organica al sistema, garantendo posti di lavoro (le stime a fine 2011 parlavano di 150.000 posti di lavoro nel settore installazioni, letteralmente “bruciati” chiudendo totalmente il sistema di incentivazione e ponendo la parola fine ad una filiera che stava nascendo) unitamente alla possibilità di risparmiare sui costi energetici, diventando autoproduttori.

Una politica al servizio del bene pubblico avrebbe potuto, invece, creare un sistema incentivante progressivo, mirato agli investimenti piccoli-medi, preservando tali percorsi dalla mera speculazione delle grandi multinazionali, come invece è avvenuto. Ma, la politica di cui vorremmo parlare appartiene al nostro “belpaese”?

Oggi, come ieri, si ripetono gli errori; in tutto il mondo si comincia seriamente a fare i conti con i costi delle fonti fossili; pensiamo ai paesi arabi, dove vige il monopolio del petrolio; ebbene lì stanno investendo su impianti fotovoltaici per la loro produzione, per risparmiare il petrolio che, invece, vendono a caro prezzo agli occidentali come noi. E gli Stati Uniti, che fanno? Altro paese ad elevata produzione petrolifera che investe miliardi di dollari su eolico e fotovoltaico, preservando il petrolio per gli anni a venire: Obama ha avviato una politica molto spinta sulle energie rinnovabili.

E l’Italia? Nel piano strategico energetico (SEN), lasciatoci in eredità dall’indagato Clini, allora ministro dell’ambiente e da quel Corrado Passera che, proprio in questi giorni vuole proporci una sua visione innovativa dell’Italia con il suo libro (sic), si incentivano le trivellazioni off-shore, per ricercare quel poco petrolio presente nei nostri mari; il tutto a servizio, nuovamente,delle multinazionali che vedono così soddisfatte le loro richieste di mantenere il controllo energetico del sistema italiano, a spese della collettività e frenando lo sviluppo industriale, che è costretto a sobbarcarsi spese energetiche superiori agli altri paesi.

Ma, le nostre coste, ricche di venti costanti, con investimenti relativamente bassi, potrebbero invece vedere lo sviluppo di un eolico off-shore, senza invasioni di trivellazioni eterne che danneggiano i nostri mari; eolico off shore, lontano e non visibile dalla riva, come per esempio avviene in Danimarca, la quale ogni anno in molti periodi raggiunge la piena e totale indipendenza energetica, proprio grazie a tale nuova fonte di energia. Solamente nel settore energia si potrebbero creare posti di lavoro nuovi, nuove prospettive di sviluppo sostenibile, sia ambientalmente che economicamente.
Ma questi percorsi non trovano sponsor nella politica lobbista, soprattutto quella italiana; forse perché non garantiscono margini di guadagno immediati per pochi “eletti”, o meglio, “nominati”? Fatto sta che la nostra Italietta rimane ancora al palo, convinta che le tanto declamate riforme, delle quali ancora si vede poco, possano permetterle di crescere e ripartire.

Siamo illusi se pensiamo di poter sostenere ancora un sistema politico di “piazeróti”; siamo illusi se pensiamo di “gabbare lo santo”; la festa è finita da un pezzo, ma noi dobbiamo ancora rendercene pienamente conto. E, per cambiare il sistema Italia, ci vuole molto più coraggio, a partire dalla base. L’Italia ha in mano il proprio destino e lo può determinare con scelte coraggiose, che privilegino gli interessi comuni, anche togliendo qualche “diritto acquisito” a qualcuno. Ma cominciamo a toglierli dove i soldi ci sono davvero e non dove già si sta raschiando il barile.

La politica per prima deve dare segnali nuovi: nuovo piano energetico nazionale, con priorità a sistemi efficienti e a scarso impatto ambientale, investimenti nell’efficientamento delle strutture, con sgravi fiscali fissi e sistematici per chi investe; e chi fa impresa, si armi di coraggio e provi a percorrere strade più virtuose e metta in conto di avere meno margini ora, per garantirsi un futuro domani.

Cambiare mentalità è un passo indispensabile, per pensare di far cambiare la politica, che da sola certo non cambierà.

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THE INVOLUTION CLOUD: la fiera di Milano delle energie rinnovabili. Ovvero: come non credere in uno sviluppo sostenibile in Italia!

pubblicato da: marco - 8 maggio, 2014 @ 5:37 pm

THE INVOLUTION CLOUD: la fiera di Milano delle energie rinnovabili.

Ovviamente, il nome corretto è “the innovation cloud“! Ieri, 7 maggio, è partita la fiera delle energie rinnovabili, a Milano.

Solamente due anni fa, ci volevano quasi due giorni per visitarla seriamente e completamente, data l’estensione che occupava diversi padiglioni della nuova struttura di Rho.

Ebbene, il nostro Paese sta investendo talmente tanto nelle energie rinnovabili e nell’innovazione tecnologica della gestione energetica che, quest’anno, la fiera copre solamente tre quarti di un padiglione unico; fiera visitabile in due/tre ore al massimo!

Non vi è dubbio che la storia delle tariffe incentivanti, certamente spropositate, dei passati “conti energia” – ben 5 in 7 anni, gli ultimi 4 in soli due anni- abbia attirato, nel recente passato, innumerevoli investitori esteri e nazionali, che hanno sicuramente speculato su tali percorsi divenuti attualmente insostenibili.

Abbiamo di nuovo sbagliato modo, in maniera tipicamente italiana, nel progettare il sistema di incentivazione del settore fotovoltaico. Grandi incentivi nei primi tempi, esagerati e che hanno coltivato le grandi speculazioni, hanno determinato la nascita di molte aziende di settore e la conversione su tale mercato di molte aziende in crisi. Ora che gli incentivi sono stati tolti, tutti o quasi sono spariti, molte di quelle aziende hanno chiuso, con forti perdite e con una marea di licenziamenti.

Incentivare come è stato fatto, è servito solamente per le grandi multinazionali, che hanno goduto, e godono tuttora, di riconoscimenti tariffari enormi. Ad esempio, una centrale fotovoltaica di 1 MW, realizzata nel 2010, con il secondo conto energia, può dare un incentivo pari a 0,4 € per Kwh prodotto; ipotizzando una produzione di 1 MWH all’anno, tale centrale renderà circa 400.000 €/annui, solamente di tariffe incentivanti, con una spesa di installazione di circa 1 ML DI €; rientro, quindi in 3/4 anni dall’investimento, poi per altri 16/17 anni, guadagno netto e pulito. Si capisce subito che la speculazione è stata enorme!

Differente sarebbe stato avviare una campagna incentivante con tariffe moderate, atte a sviluppare un sistema organico di microproduzione localizzata; con tale sistema si sarebbe potuto davvero avviare una nuova via innovativa per un settore industriale nuovo; un nuovo percorso sistematico che avrebbe dato spazio a produttori di moduli e inverter per programmare investimenti pluriennali in Italia, un sistema che, diventando radicato sul territorio, avrebbe generato stabilità nel settore e aperto vie occupazionali molto significative.

Ma, nel nostro Paese si privilegiano sempre gli interessi di poche lobbies, rispetto al bene collettivo; infatti, i grandi investitori hanno portato capitali fintantoché le tariffe incentivanti erano in vigore, traendone profitti enormi; ora, che il mercato è in stagnazione, sono tutti scappati!

Ma quali sono le prospettive? Le nuove frontiere del settore energia si svilupperanno in ambito dello storage, cioè nell’immagazzinare la sovrapproduzione di energia durante il giorno, per riutilizzarla la notte. Con tali sistemi si potrebbe ravvivare nuovamente un mercato fermo da oltre un anno, per scelte politiche assurde; non più incentivi, che favorirebbero solamente gli speculatori, ma sgravi fiscali sistematici e certi, che potrebbero far ripartire questo settore promettente.

Gli sgravi fiscali, come ad esempio il recupero Irpef del 50% attualmente in vigore, dovrebbero divenire stabili; se ciò potesse essere garantito, le industrie e le aziende installatrici avrebbero modo di programmare i loro investimenti su basi decennali, con rientri occupazionali molto interessanti. Le nuove frontiere energetiche potrebbero aprire davvero un Green New Deal in Italia, basterebbe mettere da parte gli interessi di pochi, garantendo il futuro di tutti.

Allora, forse, potremmo riprendere a parlare realmente di “Innovation Cloud” e tornare ad essere protagonisti del nostro sviluppo e primi attori nel settore energetico. Diversamente, siamo destinati ad un’inesorabile declino, sempre dipendenti da fonti fossili, che ci costano tantissimo; costi energetici che limitano anche tutti gli altri settori economici.

Ma, purtroppo, L’Italia è ferma e nulla si muove in questo campo; la gestione energetica è data in mano, troppo spesso, o a persone incompetenti o a persone che hanno interessi diversi da un reale sviluppo a favore di tutti! E tutti, industriali, operai, sindacati e cittadini comuni, sembrano non accorgersi che il settore energetico è, e sarà sempre più, uno degli aspetti fondamentali per uno sviluppo futuro.

Gli altri stai europei, Germania in primis, se ne sono già accorti e stanno lavorando sulle energie rinnovabili e sul loro sfruttamento nel campo dello storage, noi italiani siamo fermi, con una burocrazia oppressiva e con una politica industriale totalmente assente.

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Chernobyl, triste ricorrenza. Non siamo pronti a gestire il nucleare!

pubblicato da: marco - 28 aprile, 2014 @ 9:47 am

birth-defects-chernobylSasha is one of the Chernobyl children at the Vesnova orphanage. More than five million children are living in the affected areas of Belarus.

Sasha è uno dei bambini di Chernobyl, all’orfanatrofio di Vesnova. Più di 5 milioni di bambini stanno vivendo nell’area infetta di Belarus.
Stavo rileggendo alcune cronache datate, in merito al disastro nucleare di Chernobyl. In quel periodo mia moglie era incinta del nostro primo figlio ed eravamo preoccupati per ciò che stava accadendo. Mi ricordo molto bene, anche perché ho approfondito la questione poi, per motivi professionali, cercando di capire ciò che era accaduto.
  L’uomo non è  ancora in grado di controllare pienamente tutto il fenomeno relativo alla produzione di energia da fonte nucleare; non è in grado di controllare nemmeno ciò che resta dopo la lavorazione della materia prima, in termini di  scorie radioattive.
Programma la gestione di tali scorie su basi temporali troppo brevi, rapportate solamente alla propria vita media; ma l’esaurimento degli effetti di tali scorie ha tempi molto più lunghi, di centinaia o migliaia di anni.  
Come si può dire, quindi, che le scorie sono stoccate in posti sicuri? Sicuri per quanto? Cento anni, forse, ma poi? Cosa lasciamo alle generazioni future?
Altre sono le strade da percorrere per produrre energia a bassi costi. La natura ce li rende disponibili, ma noi, perseveriamo in ambiti pericolosi e che servono solo per arricchire pochi a scapito del bene collettivo.
 No al nulceare, non per partito preso, ma per seria analisi tecnica.
Si alle energie da fonti rinnovabili, assolutamente sostenibili.
 Se qualcuno ha ancora dei dubbi, si guardi il filmato al link sotto…poi ne riparliamo, eventualmente.
Buona visione:
https://www.youtube.com/watch?v=kKRvWCruckI

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Sistemi Efficienti di Utenza: partiranno o il GSE ancora frena?

pubblicato da: marco - 7 aprile, 2014 @ 4:15 pm

I sistemi efficienti di utenza, o SEU, strumento molto interessante per fare fotovoltaico senza incentivi, finora sono stati frenati da una normativa incompleta. La delibera dell’Autorità in materia, arrivata dopo anni di attesa, permette finalmente di mettere in pratica questi modelli di business.

I sistemi efficienti di utenza, o SEU, soprattutto in questo ultimo anno, sono stati al centro dell’attenzione degli operatori delle rinnovabili e della cogenerazione.

Questi sistemi permettono in particolare di realizzare modelli di business per fare fotovoltaico in grid-parity, cioè senza incentivi. Finora però questo strumento, definito dal decreto legislativo 115 del 2008, è rimasto sostanzialmente sulla carta, paralizzato dall’incertezza lasciata da una normativa incompleta.
Da metà dicembre però, con la pubblicazione della delibera dell’Autorità, la 578/2013, la situazione si è sbloccata e molti punti oscuri sono stati chiariti e regolati, permettendo finalmente di mettere in pratica questo nuovo modo di vendere l’energia, producendola direttamente a casa del cliente-consumatore.

Iniziamo spiegando in breve cosa sono i SEU e perché interessano tanto al mondo delle rinnovabili.
L’acronimo sta per sistema efficiente di utenza.

Sono sistemi di autoconsumo per i quali nello stesso sito c’è un produttore e un consumatore, che possono essere anche soggetti diversi. Il grosso vantaggio di questi sistemi è il fatto che l’energia autoprodotta in situ non paga gli oneri di trasmissione e distribuzione né gli oneri generali di sistema.

Quindi c’è un risparmio per il consumatore di energia elettrica che arriva quasi a metà del costo rispetto a quella prelevata dalla rete pubblica. Per l’Autorità questo è un incentivo indiretto. Se sia in realtà un incentivo o un diritto, visto che questa energia non passa per la rete pubblica, è una questione che trascende l’analisi giuridica ed entra in quella politica; senz’altro comunque il vantaggio con i SEU è consistente ed è per questo che con la fine degli incentivi per il fotovoltaico molti operatori guardano con interesse a queste configurazioni.
Fino a questo momento lo strumento dei SEU è rimasto sostanzialmente inutilizzato, a causa di una normativa incompleta. A metà dicembre finalmente è arrivata la delibera dell’Autorità, attesa dal 2008, cosa cambia con la stesura di queste regole?

Finalmente queste soluzioni verranno realizzate dagli operatori e finanziate dalle banche con maggiore serenità. Oggi il problema è solamente verificare i numeri, ossia la fattibilità economica, mentre prima della pubblicazione della delibera c’era anche quello di capire se ciò che si faceva era conforme alla legge. Un elemento importante della nuova disciplina è il fatto che una volta realizzato il progetto, il GSE riconosce che il sistema è valido come SEU. Una certificazione che l’iniziativa è abilitata ad avere i vantaggi di cui abbiamo parlato che è molto importante per la finanziabilità. Questa certificazione, che il GSE deve rilasciare entro 60 giorni dall’entrata in esercizio, è una delle novità principali introdotte con la delibera 578/2013. Il GSE ora dovrà predisporre un portale dedicato e definire, entro il 31 marzo 2014, le regole tecniche per i dettagli. Se tutto va come deve andare, nel giro di 4-5 mesi, ipotizzando per precauzione un ritardo di un mese o due, dovremmo avere una disciplina estremamente dettagliata che cancella ogni incertezza.
A livello economico uno dei problemi dei SEU è che il business plan è legato ai consumi del cliente, un rischio che si può mitigare nettamente se al SEU si abbina lo scambio sul posto.

Cosa dispone la delibera Aeeg da questo punto di vista?
Il futuro dei SEU è sicuramente legato allo scambio sul posto e, in un’ottica di più lungo termine, a quella che sarà l’evoluzione dei sistemi di stoccaggio. Mentre nei precedenti documenti di consultazione c’erano state delle posizioni contraddittorie, ora la delibera 578/2013 ha finalmente chiarito quando si può fare lo scambio sul posto e quando non si può fare. Si può fare quando produttore e consumatore coincidono oppure quando il consumatore di energia gestisce non solo l’acquisto dell’energia, ma anche la vendita in rete delle eccedenze.

Al fine di consentire ciò la delibera 578 ha modificato anche il testo integrato sullo scambio sul posto. Un problema dei SEU finora irrisolto era di capire cosa succedeva in caso di morosità del cliente nei confronti del suo fornitore di elettricità dalla rete pubblica, con relativo distacco del punto di connessione. Il timore era che, qualora il cliente subisca un distacco dalla rete, potesse essere danneggiato anche il produttore che aveva realizzato, ad esempio, l’impianto fotovoltaico sul suo tetto. Infatti, a seguito del distacco del punto di connessione, che è unico, egli non avrebbe più potuto immettere l’energia dell’impianto nella rete. Come si è regolata questa eventualità?
La società distributrice prima di staccare il punto di connessione è obbligata a inviare una notifica al produttore. Il produttore se vuole prevenire il rischio in questione, cioè di rimanere isolato dalla rete, può richiedere in qualsiasi momento una connessione di emergenza, che gli consenta di immettere l’energia in rete.

Questo tipo di collegamento ha anche delle regole semplificate perché la delibera stabilisce che, se la connessione richiesta è di potenza uguale o minore a quella del punto di connessione principale, questa deve essere considerata già disponibile e non può essere subordinata all’esecuzione di altre opere o alla soddisfazione di altri requisiti.
Uno degli ostacoli alla diffusione dei SEU fonora è stata la difficoltà da parte degli uffici locali dell’Agenzia delle Dogane di inquadrarli ai fini della normativa sulle accise. Come sì è risolto questo problema?
Era un ostacolo notevole. Quando si trattava di chiedere la licenza di officina elettrica, obbligatoria per tutti gli impianti a rinnovabili di potenza superiore ai 20 kW che autoconsumano una parte dell’energia prodotta, i funzionari non riconoscevano questi sistemi perché non erano né sistemi di autoproduzione classici, né sistemi di vendita diretta. Di conseguenza l’ottenimento della licenza poteva richiedere moltissimo tempo o addirittura essere negato. Ora, nella delibera 578/2013, l’Autorità per l’Energia riferisce di aver presentato in modo ufficiale all’Agenzia delle Dogane i SEU, in modo che la stessa possa inquadrarli dal punto di vista della normativa sulle accise.
Cosa succederà ora per l’energia prodotta e consumata nei SEU: sarà gravata da accise o ne sarà esente?
Questo è un discorso che deve essere chiarito dall’Agenzia delle Dogane, in quanto la parte fiscale esula dalle competenze dell’Autorità. I vari uffici locali finora hanno avuto interpretazioni diverse; l’Agenzia, a seguito della consultazione con l’Aeeg, ora potrebbe aver già deciso che interpretazione dare, ma non si è ancora pronunciata. Probabilmente lo farà presto a seguito di un interpello da parte di qualche operatore.
A parte questo punto ancora da chiarire, possiamo dire che ora la normativa è sufficientemente definita da permettere il diffondersi di questi modelli di business?
Sì. La delibera ha regolato tutti i punti principali. È ora chiaro che il titolare del punto di connessione deve essere il consumatore di energia, che il regolamento di esercizio deve essere sottoscritto da produttore e consumatore; si è chiarito anche l’aspetto più controverso, quello sullo scambio sul posto, mentre i rapporti che riguardano la compravendita di energia prodotta e autoconsumata all’interno del SEU, tra produttore e cliente, sono rapporti di diritto privato, sui quali l’Aeeg non ha voce in capitolo. Ci sarà un periodo di alcuni mesi in cui l’operatività sarà differita, in attesa delle regole applicative che il GSE dovrà pubblicare.
(Tratto da “Qual’energia).

Speriamo ora nella celerità del GSE, affinché il fotovoltaico possa davvero trovare la propria collocazione equilibrata nel mercato dell’energia.

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Adeguamento impianti fotovoltaici e rischio sospensione incentivi.

pubblicato da: marco - 15 febbraio, 2014 @ 8:43 pm

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Adeguamento impianti fotovoltaici

Tutti gli impianti fotovoltaici collegati alla rete elettrica in scambio sul posto, in vendita o in ritiro dedicato, di potenza superiore ai 6 KW, dovranno essere adeguati a nuovi parametri di rete,secondo nuove normative emanate per tutelare la rete elettrica nazionale.

Le disposizioni contenute nell’allegato A70 emanato da TERNA, prevedono che gli impianti fotovoltaici rimangano collegati alla rete elettrica entro determinati parametri di tensione elettrica e di frequenza e, di conseguenza, ne deriva l’obbligo di adeguamento a tali nuove disposizioni.
L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha definito i tempi per adeguare tali impianti, fissandoli secondo la seguente scaletta:
Entro il 30 giugno 2014, dovranno adeguarsi gli impianti di potenza superiore a 20 kW già connessi alla rete di bassa tensione ed entrati in esercizio al 31 marzo 2012.

- Entro il 30 giugno 2014, dovranno adeguarsi gli impianti di potenza fino a 50 kW già connessi alla rete di media tensione ed entrati in esercizio al 31 marzo 2012.

- Entro il 30 aprile 2015, dovranno adeguarsi gli impianti di potenza superiore a 6 kW e fino a 20 kW già connessi alla rete di bassa tensione ed entrati in esercizio al 31 marzo 2012.

Per impianti entrati in connessione dopo il 31 marzo 2012, non occorre alcun intervento, poiché tali impianti risultano già adeguati a tali disposizioni normative, grazie alla costruzione degli inverters e delle interfacce che sono state commercializzate dopo tale data.
Inoltre, gli impianti con potenza fino a 6 KW, sono stati esclusi dagli adeguamenti poiché tali impianti, peraltro molto numerosi, sono poco rappresentativi in termini di potenza complessivamente installata.

Cosa è necessario fare, quindi?

Impianti fino a 6 KW: nulla! Alla prima occasione di sostituzione inverter per guasto (durata media 10 anni), il nuovo inverter rispetterà la norma CEI 0-21, ma fino a tale evenienza non occorre intervenire.

Impianti oltre i 20 KW collegati in bassa tensione e fino a 50 KW in media tensione: è necessario contattare il tecnico che ha progettato l’impianto e verificare come intervenire; gli interventi, in generale, riguardano l’aggiornamento del software degli inverters e dell’interfaccia di protezione; se tali aggiornamenti non sono possibili, potrebbe anche rendersi necessaria la sostituzione degli inverters stessi o dell’interfaccia (potrebbe avvenire per impianti che hanno già qualche anno di attività); in ogni caso è sempre necessario e obbligatorio, aggiornare il progetto, effettuare gli interventi di cui sopra e poi, il tecnico abilitato (perito industriale o ingegnere iscritti agli albi o responsabili tecnici di un’impresa installatrice) devono predisporre il nuovo regolamento di esercizio, con allegata una dichiarazione di adeguamento avvenuto,timbrata e firmata, da inviare all’ente distributore. Ottemperate tali incombenze, l’impianto potrà continuare a rimanere in esercizio.

Impianti oltre i 6 KW e fino a 20 KW collegati in bassa tensione; gli interventi da effettuare sono i medesimi sopra descritti, cambia solamente il tempo a disposizione (per questi impianti entro aprile 2015).

NOTA IMPORTANTE: Chi non adeguerà gli impianti sopra descritti entro i tempi previsti, si vedrà sospesa qualsiasi convenzione in atto con il GSE (scambio sul posto, ritiro dedicato), con conseguente perdita di introiti non più recuperabili; le convenzioni saranno riattivate solamente dopo gli interventi effettuati e dopo il deposito di tutta la documentazione sopra descritta, ma senza recuperare eventuali incentivi persi durante la sospensione.

Per ulteriori dettagli sul vostro impianto chiedete informazioni su come sia necessario intervenire; i vostri referenti sono: il progettista oppure chi vi ha venduto l’impianto. Gli interventi di cui sopra sono a carattere oneroso, a carico del proprietario dell’impianto, il quale ha l’obbligo di garantire il rispetto delle norme emanate; gli impianti collegati prima del marzo 2012 non possono già essere adeguati automaticamente, quindi, onde evitare di perdere incassi per la sospensione degli incentivi e per la sospensione della remunerazione dell’energia prodotta, vi consigliamo di contattare al più presto i vostri referenti tecnici. I tempi di adeguamento possono portare via anche qualche settimana, tra intervento fisico sul sistema e prassi burocratiche, pertanto si consiglia caldamente di non aspettare le ultime settimane prima delle scadenze sopra riportate.

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Energie rinnovabili sempre sotto attacco…

pubblicato da: marco - 3 febbraio, 2014 @ 9:42 am

Voci su emendamento «scambio sul posto»: le associazioni di categoria criticano attacco a rinnovabili

In un comunicato congiunto Assorinnovabili, Coordinamento Free, Gifi e
Ifi commentano e criticano «voci di corridoio» circa l’ipotesi di «un emendamento di
fonte governativa al Decreto Legge 145 “Destinazione Italia”, che ridurrebbe da 200
chilowatt a 20 chilowatt il limite per usufruire dello scambio sul posto». Le associazioni
«manifestano tutta la loro indignazione nei confronti di tale ipotesi che, insieme alle
altre norme già contenute nel Decreto Legge (leggasi abolizione dei prezzi minimi
garantiti e spalmatura “ricattatoria” degli incentivi) rappresenterebbe l’ennesimo colpo
basso alle rinnovabili». Secondo loro, «nascondendosi dietro il paravento di una
riduzione delle bollette elettriche, che avrebbe un’incidenza del tutto trascurabile, si va
ad impattare enormemente su quasi 50.000 piccoli impianti gestiti prevalentemente da
quelle piccole e medie imprese che compongono l’ossatura manifatturiera portante del
nostro Paese e che dallo scambio sul posto avevano trovato una modalità di riduzione
dei costi energetici, peraltro i più elevati nel contesto nazionale».
Le quattro associazioni «chiedono ai parlamentari di respingere questo
emendamento» definito «ingiustificato sotto tutti i punti di vista».
Fonte: www.assorinnovabili.it/
E si continua a percorrere strade che favoriscono le lobbies del petrolio!

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L’AMAZZONIA E IL TRENTINO – incontro pubblico per parlare di cambiamenti climatici

pubblicato da: marco - 20 gennaio, 2014 @ 11:15 pm

L’AMAZZONIA E IL TRENTINO
La più grande foresta pluviale del mondo e la cooperazione col Trentino.
relatrice Chiara TOSI

Scuola di formazione politica e culturale “ALEXANDER LANGER”
sabato 25 gennaio 2014 – ore 15 – 18.30 TRENTO Palazzo della Regione – Piazza Dante – Sala Rosa – 2°piano

Vi propongo un incontro molto interessante, per capire ciò che succede nel “polmone del mondo”, cioè  la foresta amazzonica. Cosa stiamo facendo noi trentini? Che legami abbiamo con l’Amazzonia?

Ne parleremo con Chiara Tosi, naturalista. Laureata presso l’Università Statale di Pavia, Facoltà di Scienze Naturali, Fisiche e Matematiche, con una specializzazione in conservazione e gestione sostenibile delle risorse naturali.
Ricercatrice di campo nel settore faunistico e ambientale (grandi mammiferi terrestri e acquatici) in Italia, Africa e Brasile.
Attualmente collabora con l’associazione “Trentino Insieme” al coordinamento dei progetti di conservazione forestale, ricerca scientifica e sviluppo sostenibile nella regione Xixuaú, Amazzonia, Brasile.

Note di riflessione: 
La distruzione delle foreste del pianeta è la seconda causa di emissioni globali di gas serra. La loro distruzione minaccia l’equilibrio climatico del pianeta e la sopravvivenza della nostra specie. L’Amazzonia copre una superficie di 6 milioni di km quadrati e ospita il 40% delle foreste pluviali tropicali rimanenti sulla terra. É la regione ecologica in cui si registra la più alta concentrazione di biodiversità e gioca dunque un ruolo cruciale nella lotta contro il caos climatico e per il nostro futuro.

Eppure la superficie della foresta Amazzonica continua a scomparire a ritmi allarmanti. La distruzione in atto minaccia le popolazioni indigene e numerosi servizi eco-sistemici di vitale importanza per l’umanità. Il processo di deforestazione diviene sempre più complesso in quanto la domanda del mercato globale si somma alle forze di distruzione locali.

Quali minacce affronta oggi l’Amazzonia e quali conseguenze comporta, a livello locale e globale, la sua distruzione indiscriminata? Quali le ricadute sociali sulle popolazioni tradizionali che abitano la foresta? Il modello di sviluppo economico adottato dai paesi industrializzati sembra indissolubilmente legato al degrado ambientale e all’uso irresponsabile delle risorse naturali. Eppure, un dialogo è possibile e le alternative sono concrete.

Ne è un esempio l’esperienza del Progetto Xixuaú, un modello di conservazione reso possibile grazie alla Cooperazione con il Trentino, basato sull’uso responsabile delle risorse naturali e volto ad assicurare all’uomo una dignitosa condizione di vita in un ambiente equilibrato.
Il ruolo della comunità internazionale e la sua volontà di agire, rimangono elementi fondamentali per la sopravvivenza dell’Amazzonia e delle preziose e minacciate foreste tropicali di tutto il mondo.

Vi aspetto, per capire e cambiare…festina,lente!

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Sviluppo del territorio ecosostenibile e democrazia energetica.

pubblicato da: marco - 10 gennaio, 2014 @ 5:46 pm

Uno strumento innovativo, per programmare un percorso di sviluppo sostenibile e, quindi, di tutela del territorio e di “democrazia energetica” è messo a disposizione dall’iniziativa europea definita come “Il patto dei Sindaci” (COVENANT OF MAYORS).
Con il Patto dei Sindaci le città si assumono l’impegno di ridurre le proprie emissioni di oltre il 20% entro il 2020. Ciò attraverso la predisposizione e la messa in opera di un Piano di Azione Energia Sostenibile(PAES), che metta in evidenza le potenzialità del territorio e le opportunità, anche di natura economico-finanziaria, che sono a disposizione; è un vero e proprio progetto generale di sviluppo territoriale che tocca vari aspetti della vita sociale ed economica di una comunità. Per tale piano,il comune deve avviare un processo di reperimento dati, sulla situazione energetica dei propri stabili e della propria struttura cittadina; molte amministrazioni non conoscono appieno quanto spendono in consumi energetici e in manutenzioni varie e ciò mette a serio rischio una corretta gestione delle già scarse disponibilità economiche a disposizione. Avviare un monitoraggio della situazione del patrimonio immobiliare e tecnologico comunale, permette di avere un corretto quadro della situazione e di orientare correttamente e senza sprechi le risorse a disposizione.
Quando i dati sono noti, il comune è in grado di predisporre il piano di azione vero e proprio; con queste analisi si possono programmare gli interventi strutturali per il risparmio energetico: isolazione degli edifici, manutenzione degli impianti elettrici e termici, sviluppo del corretto impiego delle fonti di energia rinnovabile (fotovoltaico, eolico, microidroelettrico e biomassa), con l’uso degli strumenti finanziari messi a disposizione dall’Europa e anche dai recenti sgravi fiscali. I problemi principali delle amministrazioni, nel gestire tali piani,sono due: uno di ordine tecnico e uno economico. Il più ostico è il problema tecnico:molte amministrazioni comunali, in Italia, hanno al loro interno una struttura con una preparazione non all’altezza delle conoscenze richieste oggi, sia in ambito energetico che nel contesto di sviluppo eco-sostenibile; tecnici che, purtroppo molto spesso, sono disinformati sulle novità tecnologiche, ma anche sui percorsi virtuosi che si possono sviluppare con aiuti economici messi a disposizione sia dalla comunità europea, sia dalle agevolazioni fiscali e questo a causa della mancanza di percorsi formativi adeguati. Il problema economico è sicuramente il più visibile, ma paradossalmente più facilmente risolvibile:consentendo ai comuni di non intaccare più di tanto il proprio bilancio, vi sono finanziamenti diretti dalla comunità europea tramite il FESR (fondo europeo di sviluppo regionale), il fondo ELENA (European local energy assistance)e altri fondi comunitari;queste sono solo alcune iniziative europee per sostenere il patto dei sindaci, ma vi sono altri percorsi percorribili, che possono coprire molte componenti del PAES, anche accedendo a finanziamenti non mirati direttamente, ma a singole parti dello stesso. In Italia ci sono altri percorsi che possono concorrere, assieme ai fondi europei, a sviluppare il PAES: per esempio,il nuovo CONTO TERMICO riserva una considerevole quota di finanziamenti, riservati esclusivamente alle amministrazioni pubbliche, in tema di interventi di ristrutturazione e sviluppo delle energie rinnovabili. Questi sono solo alcuni esempi per mettere in evidenza che le strade da percorrere per lo sviluppo ecosostenibile delle nostre città è veramente possibile; la democrazia energetica è attivabile realmente, usando mezzi e conoscenze che sono disponibili, ma che molto spesso si ignorano; non è vero che mancano le risorse, ma è vero che manca una capacità di conoscere le possibilità a disposizione. Molto spesso i fondi europei a disposizione degli stati membri non vengono interamente sfruttati, per mancanza di conoscenza o incapacità governativa degli enti locali e questo è gravissimo in un periodo di così grave crisi. Il PAES mette a disposizione la possibilità di creare lavori pubblici ecosostenibili per le imprese di costruzioni edili, che si troverebbero coinvolte nelle opere di riqualificazione degli edifici, unitamente alle ditte di impiantisti, per sviluppare le varie ristrutturazioni. Eppure, il sistema non riesce a decollare, proprio perché sono moltissime le amministrazioni comunali che non conoscono nemmeno l’esistenza di queste nuove vie di sviluppo. Ogni municipalità, aderendo al patto dei sindaci, potrebbe contribuire a far crescere un nuovo modo di conciliare politica e servizio per il bene collettivo, garantendo una democrazia energetica che possa essere motore dello sviluppo territoriale, riavviando anche la macchina produttiva ed economica, desolatamente ferma. Una nuova cultura di sviluppo territoriale, rispettosa dell’ecosistema in cui viviamo e all’insegna della corretta gestione delle risorse energetiche che abbiamo a disposizione è fondamentale per vincere le sfide sempre più difficili che ci troveremo ad affrontare. Lamentarsi di scarsità di risorse, non sfruttando appieno ciò che l’Europa ci mette a disposizione, non è più credibile; bisogna avviare nuovi percorsi, già intrapresi da molte amministrazioni, con buoni risultati.
tabella_patto_dei_sindaci

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