Serve un cambio radicale, direi epocale e culturale.

pubblicato da: marco - 18 agosto, 2014 @ 3:17 pm

Mentre prendiamo atto che il nostro Paese non è solo nella stagnazione,e di questo non possiamo certo gioire, vorrei porre qualche riflessione su alcuni temi, giusto per tentare di capire come si potrebbero individuare percorsi nuovi.
Nella mia attività professionale riscontro quotidianamente una radicata ricerca “dell’aiutino” pubblico; la prima cosa che mi viene chiesta, quando propongo di investire nel settore energetico, sia per risparmiare, sia per auto produrre il proprio fabbisogno funzionale all’attività produttiva,riguarda la presenza di possibili finanziamenti pubblici. Nella maggior parte dei casi ormai i contributi pubblici sono finiti e qui, la stragrande maggioranza degli imprenditori si ferma e tende ad aspettare “tempi migliori”. Tempi superati, non solo per la crisi, ma anche perché è necessario ridare piena autonomia alle imprese, senza interagire troppo con interventi economici diretti, che non possono più essere sostenuti dalla collettività.
Nel settore energetico, con particolare riferimento alla produzione di elettricità, molti errori sono stati fatti nel passato. A partire dall’incentivazione smisurata, letteralmente regalata alle lobbies energetiche, con il famoso “secondo conto energia” del settore fotovoltaico; basti pensare che le grandi multinazionali hanno investito miliardi di euro per fare centrali fotovoltaiche, traendo profitti incredibili ripartiti tra gli azionisti, guarda caso magari proprio alcuni di quei politici che avevano preparato il terreno; 0,42 euro per kwh prodotto, cioè una centrale di 2,5 MGW può dare circa 3 ML di euro di introiti all’anno, con una spesa iniziale  di circa 4/5 ML; in meno di due anni si è ripagata, dove trovare possibilità migliori di investimento? Qui abbiamo attratto investitori per forza!

Ma investimenti del tipo mordi e fuggi, senza prospettive per lo sviluppo collettivo. Guadagni e margini assurdi, sostenuti da una politica incredibilmente asservita a queste lobbies che la sostengono a sua volta. Finiti gli investimenti per le grandi multinazionali, sono stati tolti tutti gli incentivi, compresi quelli per i piccoli utenti, che avrebbero invece creato una filiera organica al sistema, garantendo posti di lavoro (le stime a fine 2011 parlavano di 150.000 posti di lavoro nel settore installazioni, letteralmente “bruciati” chiudendo totalmente il sistema di incentivazione e ponendo la parola fine ad una filiera che stava nascendo) unitamente alla possibilità di risparmiare sui costi energetici, diventando autoproduttori.

Una politica al servizio del bene pubblico avrebbe potuto, invece, creare un sistema incentivante progressivo, mirato agli investimenti piccoli-medi, preservando tali percorsi dalla mera speculazione delle grandi multinazionali, come invece è avvenuto. Ma, la politica di cui vorremmo parlare appartiene al nostro “belpaese”?

Oggi, come ieri, si ripetono gli errori; in tutto il mondo si comincia seriamente a fare i conti con i costi delle fonti fossili; pensiamo ai paesi arabi, dove vige il monopolio del petrolio; ebbene lì stanno investendo su impianti fotovoltaici per la loro produzione, per risparmiare il petrolio che, invece, vendono a caro prezzo agli occidentali come noi. E gli Stati Uniti, che fanno? Altro paese ad elevata produzione petrolifera che investe miliardi di dollari su eolico e fotovoltaico, preservando il petrolio per gli anni a venire: Obama ha avviato una politica molto spinta sulle energie rinnovabili.

E l’Italia? Nel piano strategico energetico (SEN), lasciatoci in eredità dall’indagato Clini, allora ministro dell’ambiente e da quel Corrado Passera che, proprio in questi giorni vuole proporci una sua visione innovativa dell’Italia con il suo libro (sic), si incentivano le trivellazioni off-shore, per ricercare quel poco petrolio presente nei nostri mari; il tutto a servizio, nuovamente,delle multinazionali che vedono così soddisfatte le loro richieste di mantenere il controllo energetico del sistema italiano, a spese della collettività e frenando lo sviluppo industriale, che è costretto a sobbarcarsi spese energetiche superiori agli altri paesi.

Ma, le nostre coste, ricche di venti costanti, con investimenti relativamente bassi, potrebbero invece vedere lo sviluppo di un eolico off-shore, senza invasioni di trivellazioni eterne che danneggiano i nostri mari; eolico off shore, lontano e non visibile dalla riva, come per esempio avviene in Danimarca, la quale ogni anno in molti periodi raggiunge la piena e totale indipendenza energetica, proprio grazie a tale nuova fonte di energia. Solamente nel settore energia si potrebbero creare posti di lavoro nuovi, nuove prospettive di sviluppo sostenibile, sia ambientalmente che economicamente.
Ma questi percorsi non trovano sponsor nella politica lobbista, soprattutto quella italiana; forse perché non garantiscono margini di guadagno immediati per pochi “eletti”, o meglio, “nominati”? Fatto sta che la nostra Italietta rimane ancora al palo, convinta che le tanto declamate riforme, delle quali ancora si vede poco, possano permetterle di crescere e ripartire.

Siamo illusi se pensiamo di poter sostenere ancora un sistema politico di “piazeróti”; siamo illusi se pensiamo di “gabbare lo santo”; la festa è finita da un pezzo, ma noi dobbiamo ancora rendercene pienamente conto. E, per cambiare il sistema Italia, ci vuole molto più coraggio, a partire dalla base. L’Italia ha in mano il proprio destino e lo può determinare con scelte coraggiose, che privilegino gli interessi comuni, anche togliendo qualche “diritto acquisito” a qualcuno. Ma cominciamo a toglierli dove i soldi ci sono davvero e non dove già si sta raschiando il barile.

La politica per prima deve dare segnali nuovi: nuovo piano energetico nazionale, con priorità a sistemi efficienti e a scarso impatto ambientale, investimenti nell’efficientamento delle strutture, con sgravi fiscali fissi e sistematici per chi investe; e chi fa impresa, si armi di coraggio e provi a percorrere strade più virtuose e metta in conto di avere meno margini ora, per garantirsi un futuro domani.

Cambiare mentalità è un passo indispensabile, per pensare di far cambiare la politica, che da sola certo non cambierà.


Lascia un commento

*