Sex and the money: benvenuti nel branco

pubblicato da: silvia - 10 febbraio, 2014 @ 9:21 am

Prima o poi lo prenderà l’Oscar, Leonardo di Caprio?

Chissà che la volta buona per quest’attore che, più di altri, più invecchia più migliora, sarà grazie alla spietatamente divertente corsa -perché nel film si corre sempre nella frenesia di soldi, sesso e droghe-The Wolf of Wall Street.

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Candidato a miglior regia, miglior film e migliore attore protagonista sembrerebbe avere  tutte le carte in regola per almeno una delle tanto ambite statuette dorate,  che verrebbe a consolidare  ufficialmente l’accoppiata Scorsese-Di Caprio, al quinto film insieme, come vincente.

Le 3 ore di film non si sentono neppure, volano letteralmente sulla poltroncina, senza  lasciare mai a chi guarda il tempo di rilassarsi, ma lasciano in uno stato di divertito  coinvolgimento soprattutto nella prima parte, che si trascina, mantenendo alta la curiosità,  fino al  finale che non delude. Perché il film è caricaturale, eccessivo. Una giostra che travolge in un  turbinio di sensi che sostengono una realtà, lontana da noi, che esiste davvero, celata dietro una serie di cifre mobili sui tabelloni di tutto il mondo.  Ogni pasticca, ogni tiro, ogni festino, ogni ennesima parolaccia, risultano necessari per “starci dentro”, per difendere il senso di appartenenza a quell’impalcatura di pazzia che fabbrica denaro. Anzi, la volgarità, o meglio il sesso, così presente nelle immagini e nei dialoghi, diventa veramente necessario al denaro, fino a costituirne una  componente inscindibile.  Come far lavorare di più i propri collaboratori? Motivandoli. Con festini, prostitute, alcool e droga. Quale motivazione può essere più efficace? E cosa può suggellare metaforicamente al meglio quell’orgasmica, eccessiva corsa al denaro? Sì, è eccessiva, ripeto, e forse a qualcuno darà fastidio questo “piede pesante” sul tasto volgare, assolutamente necessario però alla descrizione del meccanismo di un mondo. La volgarità è il codice e la combinazione e il giovane Jordan Belfort, (il broker realmente esistito interpretato da Leo Di Caprio, autore della biografia da cui è tratto il film) se ne accorge subito, fin dalla sua prima giornata come broker, e ne è immediatamente attratto. Perché significa varcare un limite oltre il quale non c’è più nessun limite, e  il sapore degli scrupoli non esiste. Non per niente Jordan in quella giungla così ben rappresentata nelle primissime scene del film, in breve diventa il lupo, colui che ha un insaziabile appetito.

Smisuratezza nel metodo, smisuratezza nei risultati.Formula semplice, che funziona, che ha funzionato nell’America dei decenni scorsi. L’importante è convincere. A qualunque costo. Creando il bisogno di qualcosa che deve essere necessario. Eccola di nuovo la forza quasi fisica della necessità, dell’irrimediabilità. Bisogna vendere,  bisogna riuscire ad attraccare il cliente. Non ci sono altre opzioni. E non importa se uno sia realmente competente o meno. Il branco di lupi di cui si circonda Jordan, in realtà all’inizio è un gruppo di sfigati, senza esperienza. Ma lui li forma, li istruisce, riuscendo a far sì che chiunque possa diventare in grado di vendere qualcosa. Anche perché non sono questi in fondo i veri venditori? La vera bravura del venditore non dipende affatto dalla qualità del prodotto: troppo facile basarsi su questo! L’abilità è la  tua capacità di farmi credere quanto quel prodotto mi sia necessario. Ecco che “Vendimi questa penna” diventa una scena memorabile. Convinzione. Necessità. Come i soldi, necessari. Come il sesso, altrettanto.  Può ancora funzionare allo stesso modo questa formula oggi?


6 commenti
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  1. Questo film devo vederlo, prima o poi. Lavoro come promotore finanziario e ho sempre cercato essere un consulente, non un piazzista di illusioni finanziarie. Il problema è che la gente si lascia affabulare dai venditori di sogni. Le false promesse di facili guadagni affascinano, molto ma molto di più della professionalità e della competenza.

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