Occhi troppo grigi per la Bellezza?

pubblicato da: silvia - 6 marzo, 2014 @ 3:45 pm

“La grande…bruttezza”, “la grande bellezza è quando finisce il film!”, “Era meglio se guardavo Don Camillo”.

Sono solo alcuni dei tanti commenti andati in onda, o meglio “in web”, l’altra sera per la prima su Canale 5 di “La grande bellezza”, il capolavoro di Paolo Sorrentino che domenica scorsa si è portato via una statuetta dorata dalla magica notte. Un titolo divenuto già uno slogan, che rimbalza da spot pubblicitari a titoli dei quotidiani, prestandosi a introdurre le notizie più svariate, per lo più, ovviamente, con valenza ironica. Chi non ha apprezzato il film attribuisce la sua perplessità alla difficoltà, all’ insulsaggine e la lentezza delle scene e, soprattutto, accusa più gettonata che non passa mai di moda, alla mancanza di una trama.

Tant’è che, tutti concordi sulla qualità della fotografia, la bravura di Toni Servillo e l’indiscutibile magnificenza della Roma monumentale, il film ha diviso gli italiani che lo hanno visto. Ed erano ben 9 milioni i curiosi l’altra sera, con un 36% di share registrato, sul divano a scoprire, a giudicare, finalmente, il più recente e atteso motivo di vanto internazionale.

In tanti, tanti davvero, a non apprezzarlo. Non nascondo che il film appare difficile. Anche a me personalmente non è piaciuto quanto “La vita è bella” (o film del tutto orfani di premi), perché non ha saputo smuovere una commozione dell’animo come quell’ ironia dolcemente malinconica tanto amata invece nel film di Benigni.

Ora, questo vuole confermare quella sorta di regola non scritta, ovvero che l’arte vera, per essere tale deve per forza essere astrusa, ermetica, elitaria? E che un’opera come questa, ambiziosa, gravata per lo più dall’amarcord di un gigante che l’ha preceduta, era destinata a non piacere in partenza a quanti invece tra il cinema italiano preferiscono fare la fila per Checco Zalone? Ci vanno perché vogliono che li si faccia ridere, che, certo, oltre che necessario a salvare il sistema nervoso, è più facile. Più che non trovarsi davanti ciò non si vorrebbe vedere: di nuovo lo specchio impietoso di una realtà meschina e volgare, riassunta dall’osservazione di un protagonista flâneur, che vaga tra le rovine di un dramma umano dell’oggi.

 

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I nostri occhi sembrano diventati  grigi, e non sembrano accettare ancora dell’altro grigio. Ma non è solamente questo il punto, il fastidio per un trionfo ottenuto mostrando, vendendo, all’estero, ancora una volta l’immagine del nostro degrado presente, che fa vergognare e rimpiangere la bellezza del passato. C’è anche tanta parte di fretta, di pigrizia. Non siamo più in grado di concentrarci a decifrare qualcosa che appaia più complicato rispetto al livello in cui ci troviamo. Forse non siamo più in grado di sognare un po’ di più, pensare un po’ di più, osare un po’ di più. Quel po’ di più che potrebbe fare la differenza, per sbloccarci.

 

Oltre ai colori, le immagini, ci sono parole e scene nel film, che arrivano come pugnalate di bellezza. Quando, ad esempio, la Santa, suora vecchissima e sofferente, dice di nutrirsi solo di radici perché “Le radici sono importanti”, e poi la vediamo salire scalinate in ginocchio, pregando.

Ma ancora più bello, più cinematografico, la terrazza piena di fenicotteri, che aspettano di migrare. Sineddoche di bellezza che trascorre per un attimo davanti agli occhi e  non ha bisogno di essere spiegata. Perché le cose belle accadono anche nel presente, ma spesso sono senza logica, senza trama, e rosa.

 

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